L‘Italia del baseball scrive la storia a Houston: Stati Uniti battuti 8-6 al World Classic
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Redazione Sport
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Il baseball italiano ha una data scolpita nella memoria, ed è l‘11 marzo 2026. In quel preciso istante, al Daikin Park di Houston, la nazionale guidata da Francisco Cervelli ha firmato l’impresa che molti ritenevano proibitiva, se non impossibile: battere gli Stati Uniti, e farlo contro una squadra che schierava un lineup composto esclusivamente da stelle della Major League Baseball. Perché se è vero che in passato gli Azzurri avevano già ottenuto qualche scalpo contro la squadra a stelle e strisce, mai era accaduto di fronte a una formazione americana così zeppa di fenomeni, da Aaron Judge a Gunnar Henderson, passando per Bryce Harper. Il punteggio finale, un 8-6 che racconta solo in parte l’andamento della gara, certifica un risultato destinato a entrare nella leggenda non solo di questo sport, ma dell’intero movimento atletico italiano.
Una partita dominata e poi sofferta, tra fuoricampo e rimonta
La partita, valida per il girone B del World Baseball Classic, ha visto un’Italia scatenata fin dalle prime battute, capace di costruire un vantaggio mostruoso, l’8-0, che è resistito fino al sesto inning. A salire in cattedra sono stati i lanciatori, con Michael Lorenzen semplicemente perfetto sul monte per quasi cinque riprese, e i battitori, che hanno letteralmente martellato il monte di lancio americano. I fuoricampo di Kyle Teel, Sam Antonacci e Jac Caglianone – quest’ultimo autore di un homer da due punti nel quarto inning – hanno scavato un solco profondissimo, mandando in tilt il pitcher partente degli Stati Uniti Nolan McLean e il suo successore Ryan Yarbrough. Nel sesto inning, poi, un errore difensivo del reliever Brad Keller su una potenziale giocata doppia ha spalancato le porte per altre tre segnature italiane, portando il punteggio sul momentaneo 8-0 e facendo sembrare il resto della gara una semplice formalità.
E invece no, perché la reazione americana, seppur tardiva, è stata veemente e ha rischiato di trasformare la notte di gloria in una beffa atroce. Gli Stati Uniti, come una squadra pugile suonata ma in piedi, hanno iniziato a colpire con violenza: Henderson ha aperto le danze nel sesto con un homer solitario, poi nel settimo Pete Crow-Armstrong ha piazzato una bomba da tre punti che ha ridato fiato e speranza ai campioni in carica. All’ottavo inning un singolo di Roman Anthony ha accorciato ulteriormente le distanze, portando gli americani sul 4-8, e quando Crow-Armstrong, nel nono, ha ribattuto con il suo secondo fuoricampo personale, il punteggio si è fissato sul 6-8, con il pubblico di Houston letteralmente in piedi a incitare la rimonta. Il finale è da cardiopalma: con due out e un uomo in base, il capitano Aaron Judge, tre volte MVP dell’American League, si è presentato alla battuta con la possibilità di pareggiare i conti con un solo colpo. Di fronte a sé aveva il lanciatore Greg Weissert, che lo ha sfidato palla su palla fino a mettergli i birilli in mano: Judge ha tentato una fendente, ma ha tagliato l’aria e la palla è finita nel guantone del ricevitore, decretando la fine dell’incontro e l’inizio della festa azzurra.
La gestione americana e le scelte di Mark DeRosa
Se da un lato c’è il merito innegabile dell’Italia, che ha giocato una partita perfetta per cinque inning e mezzo, dall’altro lato del campo c’è l’amarezza e l’imbarazzo di una squadra data per favoritissima. Il manager statunitense Mark DeRosa si è trovato al centro delle polemiche per alcune sue dichiarazioni, rilasciate la mattina stessa della partita a un programma televisivo, nelle quali lasciava intendere che la qualificazione ai quarti fosse già in tasca, definendola un “ticket punched”. Un’affermazione, quella del “biglietto già strappato”, che si è rivelata falsa e che, una volta persa la partita contro l’Italia, ha esposto DeRosa a critiche pesantissime: lo stesso manager ha poi parlato di un “lapsus” e di aver letto male i calcoli della classifica, ma l’impressione è che la squadra americana sia scesa in campo con un atteggiamento tutt’altro che feroce, quasi aspettandosi una vittoria scontata. Le scelte di gestione del monte di lancio, come l’aver inserito Yarbrough per coprire i centrali, sono parse a molti poco azzeccate, soprattutto di fronte a una squadra, quella italiana, che non ha mai smesso di crederci, battendo colpi da tutte le parti del campo e dimostrando una freschezza e una voglia che agli americani, apparso spesso compassato e quasi assente, sono mancate del tutto.
Un successo costruito sui legami con l’America
Il paradosso di questa vittoria, che ha fatto il giro del mondo e spinto testate autorevoli come il New York Post a parlare di “sconfitta imbarazzante e sorprendente”, risiede nella composizione stessa della nazionale italiana. Quella scesa in campo a Houston è una squadra-progetto, fondata proprio sui legami con l’America e composta in larga parte da giocatori italo-americani che militano nelle leghe professionistiche statunitensi, tra Major e Minor League. Ragazzi come Vinny Pasquantino, Kyle Teel o lo stesso Jac Caglianone, che in molti casi non parlano nemmeno l’italiano, ma che indossano questa maglia con un orgoglio e un senso di appartenenza che, almeno in questa notte texana, ha superato quello dei fenomeni americani, i quali sembravano più concentrati sul non farsi male prima dell’inizio della stagione regolare che sull’onore di rappresentare il proprio paese. È una vittoria che sa di leggenda, quella degli Azzurri, e che resterà negli annali a prescindere da come andrà a finire il torneo: perché battere gli Stati Uniti dei professionisti, nella loro patria, con una rimonta disperata degli avversari vanificata proprio all’ultimo respiro, è roba che non succede tutti i giorni. Anzi, per l’Italia del baseball, non era mai successa.




