La Nutella volante su Artemis II e quel Piemese che conquista l'orbita
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Non sapremo forse mai – e forse è meglio così, per preservare quel alone di magia involontaria – perché quattro astronauti, con gli occhi del mondo puntati addosso mentre la capsula Orion si spingeva fino a 406.756 chilometri dalla Terra, abbiano deciso di imbarcare un barattolo di Nutella da 450 grammi. Eppure, durante il sesto giorno della missione Artemis II, la videocamera di bordo ha catturato per circa quattro secondi l’immagine divenuta virale: il celebre vasetto della Ferrero che galleggiava placido nell’abitacolo, approfittando dell’assenza di gravità per trasformarsi, suo malgrado, nel simbolo di uno spot perfetto. Qualcuno, complice la surrealtà della scena, ha inizialmente sospettato un montaggio o un intervento di intelligenza artificiale; la Nasa, dal canto suo, ha dovuto prendere atto dell’accaduto specificando che non esistono partnership commerciali nella selezione del cibo per l’equipaggio. Eppure, mentre la missione superava il record di distanza dall’Apollo XIII, quel barattolo piemontese è riuscito nell’impresa di oscurare persino i problemi tecnici del sistema di gestione dei rifiuti a bordo.
Il caso del marketing orbitale e le rigide regole del “bonus food”
Se dal punto di vista della comunicazione l’apparizione è stata un autentico allineamento astrale – il luogo giusto, il prodotto giusto, il momento perfetto – la realtà logistica che si cela dietro quei quattro secondi di video è molto più prosaica e vincolata. Gli astronauti, infatti, non godono di una libertà assoluta quando si tratta di riempire i propri bagagli per lo spazio profondo. Esiste una procedura consolidata per i cosiddetti “bonus food”, quella porzione di vettovagliamento che rappresenta circa il 10-20% della fornitura totale e che viene allocata in speciali cargo bag, grandi quanto un laptop. È qui che trovano spazio i gusti personali, purché rispettino i rigidi protocolli di sicurezza: niente briciole che possano danneggiare le strumentazioni, nessun eccesso di sale che alteri la circolazione sanguigna in microgravità, e una shelf life capace di superare i 24 mesi.
Il caso della Nutella, dunque, non è isolato, ma si inserisce in una tradizione che vede il Made in Italy orbitare con discreta frequenza. Molto prima del volo di Artemis II, l’astronauta Luca Parmitano aveva già richiesto un menù “di conforto” che includeva lasagne, tiramisù e caponata, dimostrando come la conservazione dell’identità culturale passi anche attraverso il palato. La differenza, in questo specifico episodio, sta nella visibilità: che il barattolo finisse dritto nell’inquadratura mentre l’equipaggio riordinava i cavi, attraversando la scena come un comparsa perfettamente a suo agio, ha trasformato una scelta privata in un fenomeno di massa. Nessuna regola della Nasa è stata violata, sia chiaro: Ferrero non ha pagato per quello spot, ma la potenza evocativa di quella crema spalmabile che fluttua davanti alla cupola di Orion ha reso quel momento molto più efficace di qualsiasi inserzione pubblicitaria a pagamento.
Il Piemonte industriale e la conquista silenziosa dell’orbita
C’è però un aspetto geografico che rende la vicenda meno casuale di quanto sembri. La Nutella, prodotto iconico della Ferrero con sede ad Alba, non è l’unico “ambasciatore” piemontese a essersi spinto oltre l’atmosfera. Il Politecnico di Torino, per esempio, vanta una lunga tradizione di collaborazioni con le agenzie spaziali, fornendo competenze ingegneristiche che vanno dalla progettazione di componenti per i propulsori allo sviluppo di materiali compositi per i nuovi lander lunari. E se si parla di rifornimenti, il caffè Lavazza ha già sperimentato soluzioni tecniche per erogare un espresso degno di questo nome anche in condizioni di microgravità, un dettaglio non secondario per il morale degli equipaggi durante le lunghe permanenze in isolamento.
Questa concentrazione di eccellenze trasforma la regione in un unicum nel panorama italiano. Mentre l’industria aerospaziale pesante – come quella rappresentata da Leonardo – fornisce i grandi sistemi strutturali, sono questi piccoli “frammenti” di vita quotidiana a umanizzare lo spazio. Il fenomeno è stato ribattezzato da alcuni osservatori come il “Made in Italy orbitante”: un soft power che non ha bisogno di brevetti o di trattati commerciali, ma che viaggia dentro i bagagli personali degli astronauti. Durante la missione Artemis II, insieme al vasetto di crema alle nocciole, gli osservatori più attenti hanno notato anche la presenza di almeno cinque diverse salse piccanti (Tabasco, Sriracha e altre), scelte specificamente perché il piccante aiuta a contrastare l’ottundimento dei sensi provocato dall’assenza di gravità. Anche in questo caso, non c’era pubblicità, ma una semplice esigenza fisiologica trasformata in costume.
Quando la cronaca nera bussa alla porta della ricerca
Non tutto, nel connubio tra Piemonte e spazio, si risolve in leggerezza o in efficienza industriale. Gli sviluppi giudiziari e le inchieste che hanno riguardato alcuni subappaltatori del settore aerospaziale nella cintura torinese hanno rivelato, negli ultimi anni, zone d’ombra significative. Inchieste della magistratura hanno fatto luce su presunte infiltrazioni nella gestione degli appalti per la realizzazione di componenti satellitari, con denunce per turbativa d’asta e corruzione che hanno coinvolto figure di vertice di alcune aziende dell’indotto. Le indagini, tuttora in fase istruttoria in alcuni rami, hanno descritto un sistema in cui la spinta all’innovazione tecnologica si scontrava con metodi di selezione dei fornitori poco trasparenti.
Questi episodi, trattati con il massimo riserbo dagli organi di informazione locale per il rispetto delle indagini in corso, hanno portato a diversi rinvii a giudizio e a sequestri di documentazione tecnica sensibile. La cronaca nera, in questo contesto, non riguarda la violenza ma la sottrazione di risorse pubbliche destinate alla ricerca: fondi europei e nazionali che sarebbero dovuti servire a produrre leghe leggere per i motori dei razzi e che, secondo le accuse, sono finiti in circuiti opachi di consulenze fittizie. È un contraltare amaro alla favola del barattolo volante, ma necessario per comprendere che anche il settore più tecnologico e affascinante è soggetto alle medesime dinamiche speculative che affliggono l’economia reale.




