Caos in Figc, le dimissioni di Maldini e Leonardo dopo la fine del progetto Pirlo
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Redazione Sport
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Il colpo di scena che nessuno si aspettava, o forse sì, data la piega che avevano preso gli eventi nelle ultime quarantott’ore, è arrivato al termine di una giornata di fuoco, fatta di incontri improvvisati, telefonate concitate, presunti tentativi di ricucitura e alla fine, quasi come un atto dovuto, la porta sbattuta da Paolo Maldini e Leonardo, i quali hanno lasciato l’incarico alla guida del Club Italia dopo appena sedici giorni dalla nomina, un lasso di tempo talmente breve da rasentare il grottesco, se non fosse per la gravità della situazione che si è venuta a creare all’interno
Della Federcalcio, gettando nuovamente nello sconforto un ambiente già provato da anni di delusioni e malumori.
Una trattativa complessa e un'idea di condivisione tradita
Era iniziato tutto, a dire il vero, con l’autorevole ritirata di Andrea Pirlo, il quale aveva declinato l’invito a diventare commissario tecnico, preferendo non assumersi l’onere di guidare la Nazionale in un momento storico così delicato, nonostante la suggestione che il suo nome aveva suscitato nell’opinione pubblica; da lì, le voci di un possibile addio da parte del duo di ex milanisti si erano fatte sempre più insistenti, fino a trasformarsi in una sorta di profezia che si autoalimentava, con gli addetti ai lavori che rincorrevano presunte indiscrezioni su una frattura insanabile tra i due
Dirigenti e il presidente Malagò. La cronaca, febbrile, delle ultime ore, aveva poi virato verso un’improbabile ipotesi di compromesso, rappresentata dal nome di Thiago Motta, considerato da più parti come un asso nella manica, una soluzione di riserva che potesse accontentare tutte le parti in causa e mettere una pezza a un quadro che si stava facendo sempre più complicato.
Ma l’epilogo, come spesso accade in queste vicende, è stato netto e senza appello: l’addio dei due dirigenti, comunicato con una telefonata arrivata a Malagò proprio mentre era in corso la riunione con le componenti della Figc alla vigilia del consiglio federale, ha sancito la rottura definitiva, un gesto che molti hanno interpretato come volutamente plateale, quasi a voler sottolineare il disaccordo profondo su come si stesse gestendo la partita più importante, quella legata alla scelta del nuovo commissario tecnico e ai margini di manovra concessi ai nuovi vertici tecnici.
La loro interpretazione della parola chiave “condivisione”, che aveva accompagnato il loro spettacolare insediamento, si era rivelata ben presto una visione opposta a quella del presidente, perché per Maldini e Leonardo condividere non poteva significare subire le decisioni altrui, bensì costruire un percorso autonomo, magari anche ascoltando i consigli, ma mantenendo salda la barra del timone e la responsabilità ultima delle scelte tecniche, un approccio che con chi conosce bene l’ex capitano del Milan non è risultato affatto sorprendente.
I nodi venuti al pettine e la frattura insanabile
Il fulcro del contendere, come spesso accade in queste delicate partite di potere, era rappresentato dalla gestione della panchina azzurra, e in particolare dal progetto che i due dirigenti avevano in mente di sviluppare, un progetto che prevedeva probabilmente un profilo internazionale di altissimo livello, come dimostrava il fallito tentativo di convincere Pep Guardiola a diventare ct dell’Italia, un’operazione che aveva impegnato i primi trentacinque giorni del nuovo corso federale, trascorsi a rincorrere un sogno poi rivelatosi irrealizzabile, e che aveva finito per esporre la federazione
A una serie di critiche e di imbarazzi difficili da digerire. La decisione di Malagò di ritenere Pirlo non più candidabile, dopo che per settimane la sua nomina era stata data per scontata, ha rappresentato il punto di non ritorno, la miccia che ha fatto esplodere una polveriera già pronta a incendiarsi, vanificando ogni tentativo di mediazione e portando i due dirigenti a tirare le fila di un’esperienza brevissima ma estremamente intensa.
Maldini, in particolare, aveva chiesto autonomia nelle scelte e una visione del calcio che evidentemente non coincideva con quella del numero uno della Figc, e sul nome del ct le distanze si sono rivelate incolmabili, con posizioni troppo lontane per poter essere ricomposte in un tavolo di trattativa che, a conti fatti, non ha mai davvero funzionato.
L’intesa di partenza, quella fragile intesa costruita con fatica e con una trattativa complessa durata settimane, si è dimostrata un castello di carte crollato al primo soffio di vento, perché tutti i nodi che erano emersi in sede di negoziazione, le reciproche diffidenze e le diverse concezioni del ruolo, si sono ripresentati puntualissimi al momento di tirare le somme, rendendo evidente che la convivenza tra le due parti era semplicemente impossibile.
La questione morale che aleggia su questo calcio italiano, sempre in bilico tra scandali e malgoverno, deve valere per tutti, ma in questo caso a venire meno è stata piuttosto la capacità di dialogare e di trovare un terreno comune, in un contesto dove l’orgoglio e la presunzione di avere ragione hanno avuto la meglio sul buon senso.
L'eredità di sedici giorni e lo stato del calcio italiano
Sedici giorni, se non è un record poco ci manca, perché l’avventura in Nazionale di Paolo Maldini e Leonardo sarà ricordata non solo per una celerità senza precedenti nella storia del calcio italiano, ma anche per le tante polemiche che hanno segnato l’intera vicenda, dall’inizio alla fine, e che hanno contribuito a creare un clima di tensione costante, alimentato da indiscrezioni e fughe di notizie che hanno reso ancora più difficile il lavoro dei diretti interessati.
Povera Italia, ci si potrebbe chiedere, come stiamo messi, perché tendenzialmente sono pochi, in questo Paese, quelli che possono permettersi di giudicare senza aver mai commesso errori, ma la sensazione che si prova osservando questa ennesima débâcle è quella di un sistema che non impara mai dai propri sbagli, che continua a precipitare nel grottesco proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di ritrovare serietà e credibilità.
Se invece che nella Palestina del 30 dopo Cristo, Gesù di Nazareth si fosse trovato nell’Italia del 2026, il celebre invito a scagliare la prima pietra solo se privi di peccato sarebbe stato messo a dura prova da una gragnuola di critiche e di malcontento, ma questa è un’altra storia e non ci compete.
Quella che ci tocca commentare oggi è un’imbarazzante sequenza di eventi che ha raso al suolo ogni illusione di un rilancio del movimento, gettando nuovamente nello sconforto i tifosi e gli addetti ai lavori che speravano in una svolta dopo anni di mediocrità e di risultati deludenti, e che invece si ritrovano a fare i conti con l’ennesimo capitolo di una commedia umana che ha poco di divertente.
Le dimissioni di Maldini e Leonardo segnano dunque la fine anticipata di un progetto che non ha nemmeno avuto il tempo di iniziare, e lasciano la Figc con il compito ingrato di ricominciare da capo, cercando un nuovo direttore tecnico e un nuovo commissario tecnico in un contesto di profonda incertezza, dove i nomi circolati in queste settimane, da Conte a Mancini passando per Chiellini, rischiano di essere solo suggestioni lontane dalla realtà dei fatti.
Il calcio italiano che doveva risalire la china, forte di una nuova gestione e di idee innovative, continua invece ad affondare, inghiottito dalle proprie contraddizioni e dalla incapacità di guardare oltre il proprio orticello, dimostrando che la strada verso la ripartenza è ancora lunga e irta di ostacoli, e che forse, prima di pensare al futuro, bisognerebbe fare i conti con un presente che appare sempre più desolante.
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