Guerra in Iran, il Golfo infiammato e l’Europa cerca una via per Hormuz
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Redazione Esteri
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L’escalation militare in corso nel Medio Oriente, quella scatenata dagli Stati Uniti in collaborazione con Israele contro l’Iran, sta ridisegnando gli equilibri energetici globali, con il braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz che si configura come il vero epicentro della crisi. Mentre le fiamme divampano nelle raffinerie del Kuwait, colpite da attacchi di droni che il governo del Kuwait ha confermato senza lasciare spazio a fraintesi – parlando di “missili ostili e minacce aeree” intercettate dai propri sistemi di difesa -4-8 –, la comunità internazionale, e in particolare i paesi europei, cerca di definire una posizione che non sia quella di un coinvolgimento militare diretto. Il premier israeliano Netanyahu, dal canto suo, ha rivendicato la necessità di colpire per “proteggere il mondo”, mentre le forze di difesa israeliane hanno esteso il raggio delle loro azioni anche al sud della Siria. Lì, come riferito in una nota ufficiale diffusa sui canali social, l’attacco è stato giustificato come una rappresaglia per gli scontri che hanno coinvolto i civili drusi nella regione di Suweida, con l’Idf che ha dichiarato di aver preso di mira un centro di comando e depositi di armi appartenenti al regime siriano.
Le diplomazie europee, rappresentate in particolare dai vertici del governo italiano, hanno assunto una linea netta: non ci sarà un intervento militare per forzare la riapertura della via d’acqua, vitale per il commercio petrolifero mondiale, che l’Iran ha di fatto chiuso in risposta agli attacchi congiunti di Usa e Israele. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, insieme al ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha voluto chiarire la posizione italiana, sottolineando che, sebbene la libertà di navigazione sia un principio imprescindibile, l’ipotesi di una missione militare nel canale di Hormuz – quella che molti analisti avevano paventato come il passo successivo – non è contemplata. Questa presa di distanza si inserisce in un contesto più ampio di coordinamento con gli alleati europei: Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone hanno infatti manifestato la loro disponibilità a contribuire a un piano alternativo. Un piano, viene specificato, volto a garantire la sicurezza della navigazione commerciale, ma senza alcuna connotazione offensiva e senza far ricorso a forze militari in funzione di combattimento.
Dall’altra parte, Teheran non ha nascosto la durezza della propria linea rossa, lanciando un avvertimento che suona come una minaccia diretta a tutti i potenziali partner degli Stati Uniti. Qualsiasi nazione che decida di assistere Washington nel tentativo di riaprire forzatamente il passaggio marittimo, ha fatto sapere il governo iraniano, sarà considerata complice dell’aggressione in corso. Intanto, sul fronte interno israeliano e in quello siriano, l’attività bellica prosegue senza sosta. I media hanno riportato forti esplosioni nella notte in diverse città iraniane, mentre Netanyahu ha rivendicato l’offensiva con un tono quasi solenne. A complicare ulteriormente il quadro, la Gran Bretagna avrebbe dato il via libera agli Stati Uniti per l’utilizzo delle proprie basi militari nella regione, una mossa che, pur non configurando un intervento diretto, rappresenta un sostegno logistico di primo piano nell’ambito delle operazioni di protezione delle rotte.
Il risultato più tangibile e immediato di questa spirale di violenza si legge nei numeri del mercato energetico. Il prezzo del petrolio è schizzato verso l’alto, alimentato dall’incertezza e dalla concreta interruzione dei flussi commerciali attraverso lo Stretto, uno dei principali colli di bottiglia per l’approvvigionamento mondiale. I missili e i droni, che hanno preso di mira le raffinerie kuwaitiane causando incendi prontamente domati e, per fortuna, senza vittime, rappresentano il monito più visibile di quanto il conflitto stia ormai infiammando l’intera regione del Golfo. Le parole di Meloni e Tajani, in questo senso, assumono il valore di un perimetro invalicabile per la politica estera italiana e, più in generale, per quella di un’Europa che, pur riconoscendo la gravità della situazione e la necessità di proteggere i propri interessi commerciali, sembra determinata a non farsi trascinare in una guerra aperta voluta da altri.
L’asse Washington-Tel Aviv e il braccio di ferro diplomatico
Sullo sfondo, la dinamica politica che lega la Casa Bianca al governo israeliano continua a sollevare interrogativi negli ambienti diplomatici europei. Il presidente americano, che ha appena iniziato il suo nuovo mandato, è stato descritto da più parti come il principale artefice di questa escalation, agito in stretta sintonia con il premier israeliano. Non mancano, tra gli analisti che seguono l’evolversi del conflitto, le interpretazioni più severe: alcuni osservatori vedono nella relazione tra i due leader una dinamica di subalternità, con gli Stati Uniti che finirebbero per sostenere una linea dettata prevalentemente da Tel Aviv. Le reazioni delle cancellerie europee, con la Germania che ha fatto sapere che “questa non è la nostra guerra”, sembrano confermare la volontà di prendere le distanze da una strategia giudicata rischiosa e non condivisa.
Il fronte siriano e la tutela delle minoranze
Il fronte siriano si aggiunge come ulteriore elemento di tensione. L’attacco israeliano, rivendicato come difesa della popolazione drusa, ha colpito installazioni militari nella Siria meridionale, in un’area già resa instabile da anni di conflitti interni. Le Forze di Difesa Israeliane hanno ribadito con forza la loro determinazione a non tollerare alcuna minaccia nei confronti di quella comunità, aggiungendo che continueranno a monitorare gli sviluppi e ad agire in base alle direttive politiche ricevute. Una mossa, questa, che evidenzia come il conflitto stia ormai sconfinando oltre i confini iraniani, allargando il ventaglio delle possibili aree di crisi e coinvolgendo attori e minoranze etnico-religiose in un quadro di instabilità regionale sempre più complesso.




