Garlasco, l'avvocato di Stasi accusa i Ris: «Esiste la febbre del non ricordo»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’avvocato Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, torna a parlare del caso di Garlasco e lo fa con il consueto tono caustico che lo ha reso una presenza fissa nei talk show dedicati alla vicenda. Nel corso della trasmissione «È sempre Cartabianca», condotta da Bianca Berlinguer, il legale ha preso di mira le risposte fornite da Luciano Garofano, ex comandante del Ris di Parma, il quale, ascoltato in Procura, non avrebbe saputo ricostruire con precisione i passaggi relativi ai test effettuati nel 2007 sui pedali della bicicletta di Stasi.
L’ironia dell’avvocato e il riferimento alla memoria corta
«Segnalo al Ministero della Sanità che esiste una patologia per coloro che hanno indagato su Garlasco, che è la febbre da non ricordo. E quindi è bene che se ne occupino». Con questa battuta, riportata dal sito Virgilio, De Rensis ha inteso stigmatizzare l’atteggiamento di chi, a suo dire, non ha fornito spiegazioni esaustive su ciò che accadde quasi vent’anni fa nella villetta di via Pascoli.
Il riferimento, pur senza una menzione esplicita, è apparso chiaramente indirizzato all’ex comandante del Ris, il quale ha dichiarato di non avere «alcun ricordo preciso» in merito al risultato positivo emerso il 19 settembre 2007 dalle analisi sui pedali della bicicletta.
Il nodo attorno al quale ruotano le contestazioni dell’avvocato riguarda due repliche successive a quel primo esame, entrambe negative, che non sarebbero state comunicate agli inquirenti. De Rensis ha definito la traccia iniziale «un quantitativo clamoroso, 2,78 nanogrammi/microlitri, un Dna eccezionale, eccezionalmente visibile», per poi chiedersi come sia possibile che il giorno seguente le contro-analisi non siano state portate a conoscenza di nessuno.
La relazione ufficiale inviata alla procura di Vigevano, secondo quanto ricostruito, avrebbe contenuto soltanto il dato positivo, omettendo i due risultati negativi.
Il nuovo corso delle indagini e la posizione di Sempio
Le dichiarazioni dell’avvocato si inseriscono in una fase processuale particolarmente delicata. La Procura di Pavia ha chiuso per la seconda volta le indagini a carico di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi, accusato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dall’odio. Secondo i magistrati, Sempio avrebbe ucciso la giovane il 13 agosto 2007 dopo un’iniziale colluttazione, colpendola reiteratamente al capo. Il movente ipotizzato è il rifiuto opposto dalla vittima a un approccio sessuale.
La Procura ha depositato nuovi atti, tra cui una consulenza sulla taglia della scarpa modello Frau, compatibile con le misure del piede dell’indagato, e ha confermato l’attribuzione a Sempio della traccia palmare numero 33. Gli accertamenti medico-legali affidati a Cristina Cattaneo hanno inoltre indicato che Chiara Poggi potrebbe essere sopravvissuta fino a sessanta minuti dopo le prime lesioni, circostanza che escluderebbe la presenza di Stasi sulla scena del crimine nella finestra temporale presa in esame nei processi.
De Rensis, dal canto suo, ha replicato a Ore 14 che «non si tratta di errori ma di omissioni» e che «qualcuno mente».
L’avvocato ha precisato di non voler gettare discredito sull’Arma dei carabinieri nel suo complesso, distinguendo le responsabilità dei singoli da quelle dell’istituzione. «Il generale Garofano non è l’Arma dei carabinieri», ha affermato, sottolineando che un consulente del pubblico ministero ha l’obbligo di riferire ogni attività svolta, senza decidere autonomamente cosa consegnare e cosa trattenere.
Le reazioni nel dibattito pubblico
La vicenda continua ad alimentare un acceso confronto mediatico. Il giornalista e scrittore Stefano Nazzi, intervenuto sul «Giorno», ha parlato di un «pasticciaccio brutto» parafrasando Gadda, rilevando come l’enorme attenzione mediatica abbia portato a presentare come certezze quelle che restano ipotesi e supposizioni. Nazzi ha ricordato che Stasi è stato assolto in primo grado e in appello prima della condanna definitiva del 2015, un percorso processuale che, a suo avviso, non può non lasciare dubbi.
Il quadro che emerge dalle nuove carte processuali consegnate dalla Procura di Pavia alla Procura generale di Milano, per l’eventuale revisione della condanna a sedici anni inflitta a Stasi, contiene elementi che la difesa definisce «devastanti». De Rensis, affiancato dalla collega Giada Bocellari, ha annunciato l’integrazione della richiesta di revisione con gli atti depositati, ribadendo che «Alberto Stasi non c’entra nulla con questo omicidio».
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
