Oro della Banca d’Italia, la Bce smorza i toni ma chiede ancora chiarimenti
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La lunga partita sulle riserve auree di via Nazionale, che ha visto il governo italiano e la Banca centrale europea confrontarsi a distanza di note ufficiali e dichiarazioni, sembra entrare in una fase più tecnica, sebbene le perplessità di Francoforte non siano del tutto dissipate. Dopo un primo parere fortemente negativo, la Bce ha ridimensionato le sue critiche, apprezzando esplicitamente il fatto che, nella nuova formulazione dell'emendamento, l'oro resti iscritto nel bilancio dell'istituto centrale. Tuttavia, il cuore del divieto europeo rimane intoccabile: qualsiasi trasferimento delle riserve, auree comprese, dallo stato patrimoniale della Banca d’Italia a quello dello Stato, costituirebbe una palese violazione dell’articolo 123 del Trattato, il quale vieta in modo categorico il finanziamento monetario degli enti pubblici da parte delle banche centrali. Una soglia, questa, che né Roma né Francoforte possono varcare.
Le ragioni di una doppia bocciatura
La nota di ieri della Bce, che segue di pochi giorni un primo stop netto, rappresenta un passo avanti nel dialogo ma non un via libera. L’emendamento iniziale, presentato in sede di legge di Bilancio, aveva sollevato forti preoccupazioni, tanto da spingere il ministero dell'Economia a riformularlo in un testo più snello, il quale si limita ad affermare che “le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono al Popolo Italiano”. Una dichiarazione di principio, apparentemente innocua, che però – come sottolineato dalla presidente Christine Lagarde – introduce un elemento di novità giuridica rispetto allo status quo. Proprio su questo punto, ossia sulla “concreta finalità” di tale modifica, la Bce ha chiesto ulteriori delucidazioni, lasciando intendere che senza una motivazione solida e compatibile con i trattati, la norma rimarrebbe inaccettabile.
La gestione tecnica come garanzia
Da parte italiana, il ministro dell'Economia ha immediatamente cercato di rassicurare i partner europei, ribadendo con forza che la gestione operativa delle riserve auree resta saldamente “in capo a Bankitalia”. Questa precisazione, per quanto cruciale, non sembra al momento aver completamente sciolto i nodi sollevati a Francoforte, i quali vertono non sulla gestione tecnica – che nessuno mette in discussione – bensì sulle implicazioni concettuali e potenzialmente future di un’affermazione di proprietà così marcata. La questione, come spesso accade in ambito europeo, si gioca sui dettagli lessicali e sulle possibili interpretazioni che, in un momento diverso, qualcuno potrebbe avanzare.
Uno scontro che va oltre l’oro
La vicenda, al di là del suo specifico contenuto, illumina il delicato equilibrio dei poteri tra stati membri e istituzioni dell’Unione, soprattutto in un ambito sensibile come quello della sovranità monetaria e della stabilità finanziaria. La Bce, la cui nota ha un tono più colloquiale e costruttivo rispetto al primo intervento, sembra voler offrire una via d’uscita al governo italiano, invitandolo a chiarire le intenzioni senza pregiudicare l’esito. Rimane il fatto che, in assenza di queste chiarificazioni, il parere negativo permarrà, bloccando di fatto l’iter della disposizione. La palla, ora, è di nuovo nel campo del ministero dell'Economia, chiamato a trovare le parole giuste per conciliare una rivendicazione politica interna con i vincoli, ferrei, del diritto comunitario.




