Sciopero alla Hydro di Feltre, l'addio dell'alluminio norvegese

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un presidio permanente, che si protrae per l'intera giornata, blocca l'accesso allo stabilimento della Hydro di Feltre, dopo l'annuncio, giunto nella giornata di mercoledì, dell'intenzione dell'azienda norvegese di chiudere i battenti. Una decisione che, come un macigno, si abbatte sul futuro di centoquindici lavoratori e sulle loro famiglie, gettando un'ombra di incertezza su un territorio che, di quel polo produttivo, aveva fatto un perno. La reazione, immediata e compatta, non si è fatta attendere: le organizzazioni sindacali, abbandonato il tavolo del confronto con la proprietà, hanno dato immediato avvio a quarantotto ore di sciopero, a cui si è aggiunta la mobilitazione davanti ai cancelli, di fatto interrompendo ogni attività produttiva all'interno dello stabilimento.

Il sostegno politico e la preoccupazione per il territorio

Alla protesta dei lavoratori, che vedono svanire la propria occupazione in un colpo solo, non è mancato il sostegno delle istituzioni locali; in mattinata, infatti, hanno visitato il presidio il sindaco di Feltre Viviana Fusaro e il neo-eletto consigliere regionale Dario Bond, a sottolineare come la posta in gioco travalichi i confini della fabbrica per investire l'intera area, il cui tessuto economico e sociale rischia di essere duramente scosso. La chiusura dell'impianto feltrino, che si occupa del processo di estrusione dell'alluminio, rientra in un piano più ampio del gruppo Norsk Hydro, il quale ha dichiarato di voler dismettere cinque siti produttivi in Europa entro il 2026, adeguando la propria produttività alle fluttuazioni di un mercato sempre più complesso.

Le ragioni di una crisi annunciata

Se l'annuncio ha colto tutti di sorpresa per la sua definitività, i segnali di una crisi profonda aleggiavano ormai da mesi, non solo tra gli addetti ai lavori ma anche in altri stabilimenti di settore della provincia di Belluno, alimentando un clima di apprensione che si era già tradotto, pochi giorni fa, in una prima mobilitazione. Quel presidio, come questo, era nato in seguito a un altro episodio traumatico: il licenziamento in tronco di ventidue dipendenti assunti con contratti di somministrazione, un primo, significativo scossone che faceva presagire sviluppi ben più gravi. L'azienda, da parte sua, pur affermando di comprendere l'impatto devastante della propria proposta, ha ribadito la necessità di un riallineamento strutturale, presentando la scelta come un adattamento imposto dalle condizioni del mercato globale.

La risposta sindacale e la battaglia per il futuro

I sindacati, però, respingono con forza questa logica, definendo la chiusura un fatto "gravissimo e totalmente inaccettabile", un attacco diretto non solo ai posti di lavoro ma alla dignità di un intero distretto. La Fiom Cgil e la Fim Cisl di Belluno, le cui voci si sono levate compatte attraverso i rispettivi rappresentanti, hanno pertanto deciso di imbracciare l'arma dello sciopero e del blocco, impedendo materialmente l'ingresso e l'uscita dei mezzi, in una strenua difesa di un'occupazione che, per molti, rappresenta l'unica fonte di sostentamento. Una battaglia, la loro, che si combatte giorno per giorno davanti a quei cancelli, mentre il destino dello storico impianto di viale Monte Grappa appare sempre più segnato.

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