Iran, la portavoce del governo avverte gli studenti: "Diritto di protestare, ma non oltrepassate le linee rosse"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’onda lunga delle mobilitazioni che a gennaio hanno scosso l’Iran torna a gonfiarsi tra i banchi dell’università, e il governo di Teheran, pur riconoscendo formalmente il disagio, traccia con nettezza il perimetro entro cui il dissenso può esprimersi. È Fatemeh Mohajerani, portavoce dell’esecutivo, a intervenire per la prima volta in maniera ufficiale dopo le manifestazioni che da sabato scorso, il 21 gennaio, hanno riempito i cortei di numerosi campus in tutto il Paese -4. “Naturalmente hanno il diritto di protestare”, ha dichiarato Mohajerani, “ma non devono oltrepassare le linee rosse”, aggiungendo, con una frase che suona come un monito preciso, che “le cose sacre e la bandiera sono due esempi di questi confini” da proteggere anche nei momenti di maggiore rabbia -4-9. La dichiarazione arriva mentre gli atenei, da Tehran a Mashhad, tornano a essere epicentro di una contestazione che non accenna a spegnersi, alimentata dal ricordo di quanto accaduto appena poche settimane fa.

Le proteste, che avevano raggiunto il loro culmine nei giorni dell’8 e 9 gennaio partendo da rivendicazioni economiche in un Paese stremato dalle sanzioni, erano degenerate in una repressione che ha lasciato sul terreno migliaia di vittime -4-9. Gli studenti scesi in piazza in questi giorni, molti dei quali giovani che hanno visto cadere compagni e amici, non chiedono soltanto riforme: chiedono soprattutto che non si tenti di archiviare in fretta quel capitolo di sangue. Come ha raccontato Hossein, uno studente dell’università di Tehran, a chi gli chiedeva ragione di una mobilitazione così rischiosa, “le nostre aule sono vuote perché i cimiteri sono pieni” -6. È un grido che riecheggia tra gli edifici dello Sharif University of Technology, dove si sono visti studenti scontrarsi con i sostenitori del governo, e nell’ateneo Shahid Beheshti, scenario di sit-in pacifici interrotti dalla carica delle forze paramilitari Basij -1-6.

Il nodo delle condanne capitali e la denuncia di Amnesty

Sul fronte giudiziario, intanto, la macchina repressiva continua a macinare sentenze in un clima che le organizzazioni internazionali definiscono senza mezzi termini come una caccia alle streghe. Amnesty International ha lanciato un allarme dettagliato, parlando di almeno trenta persone che rischiano l’esecuzione capitale per fatti legati alle proteste di gennaio -2-7. Di questi, otto sarebbero già stati condannati a morte a conclusione di processi definiti dall’organizzazione “gravemente iniqui” e “velocizzati”, con verdetti emessi a poche settimane dagli arresti -7. Tra loro ci sarebbero anche minorenni, due ragazzi di soli diciassette anni, e giovani maggiorenni come Saleh Mohammadi, diciottenne condannato nel giro di tre settimane nonostante avesse ritrattato le confessioni davanti al giudice, sostenendo di essere stato torturato -2-7. Le accuse, che spaziano dall’incendio doloso alla cosiddetta “moharebeh”, la guerra contro Dio, vengono costruite – denuncia Amnesty – su atti estorti con violenze, come nel caso di un ragazzo a cui gli inquirenti avrebbero infilato una pistola in bocca per farlo parlare -2-7. Numeri che, secondo le stesse fonti, potrebbero essere solo la punta di un iceberg molto più grande e sommerso.

La minaccia di Trump e lo stallo militare

A gettare benzina sul fuoco di una crisi già incandescente ci pensano poi le parole che arrivano da Washington, con un Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca che non perde occasione per alzare la posta. Il presidente americano, dopo aver incoraggiato i manifestanti nei mesi scorsi, torna a puntare il dito contro Teheran, intimando un accordo sul programma nucleare e minacciando conseguenze pesantissime in caso contrario: “Senza intesa sarà una giornata molto brutta per loro”, ha scritto in un post, smentendo al contempo le voci di una presunta riluttanza del suo generale Dan Caine a un intervento militare -9. “Il generale Caine, come tutti noi, vorrebbe non assistere alla guerra”, ha precisato Trump, “ma, se si decidesse un’operazione militare contro l’Iran, è convinto che sarà una vittoria facile” -9. Tuttavia, fonti vicine al dossier citate da Cbs News dipingono un quadro diverso, rivelando un presidente sempre più frustrato dai limiti e dai rischi di un’azione militare che i suoi stessi consiglieri gli avrebbero rappresentato. A differenza di operazioni più mirate condotte in passato, come quella che ha portato alla rimozione del venezuelano Maduro, un attacco agli asset di Teheran difficilmente si risolverebbe in un colpo solo, rischiando di trasformarsi in un conflitto prolungato e dall’esito tutt’altro che scontato.

Mentre la diplomazia cerca faticosamente un canale di dialogo, con nuovi colloqui in programma a Ginevra, il golfo si riempie di navi da guerra americane, con la portaelicotteri Abraham Lincoln e il suo gruppo d’attacco posizionati nella regione a mo’ di avvertimento -8. Dall’altra parte, Teheran risponde per le rime, promettendo una reazione “feroce” a qualsiasi attacco, anche limitato, mentre i suoi alleati nella regione – dagli Houthi yemeniti a Hezbollah – tengono il fiato sospeso, pronti a entrare in gioco in un’escalation dagli effetti imprevedibili -8-9.

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