Trump blocca Hormuz e l’Iran perde mezzo miliardo al giorno: cessate il fuoco eterno ma niente negoziati
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Redazione Esteri
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Il presidente Donald Trump ha rotto il silenzio sullo stallo diplomatico con una verità scomoda che Teheran fatica ad ammettere: lo Stretto di Hormuz, nonostante le minacce verbali della Repubblica Islamica, è vitale per le sue casse. In un post pubblicato sul suo social network, il tycoon ha affermato che l’Iran “non vuole affatto lo Stretto chiuso, ma lo vuole aperto per guadagnare 500 milioni di dollari al giorno”, una cifra che corrisponde esattamente alle perdite giornaliere causate dal blocco navale imposto da Washington. Una dichiarazione, quest’ultima, che smonta la retorica bellicista di Tehran, descrivendola come un mero tentativo di “salvare la faccia” di fronte alla propria opinione pubblica e alla comunità internazionale. La mossa, che arriva a poche ore dalla proroga a tempo indeterminato del cessate il fuoco, rivela una strategia chiara: mantenere la morsa economica mentre i diplomatici tentano invano di ricucire uno strappo che sembra diventato una voragine.
Il braccio di ferro nel Golfo e il messaggio dell’ambasciatore
La tregua, se così si può definire, è stata estesa grazie alla mediazione pakistana, su richiesta del primo ministro Shehbaz Sharif, che ha chiesto a Trump più tempo per portare entrambe le parti al tavolo. Tuttavia, nella realtà dei fatti, il secondo round di colloqui previsto a Islamabad è stato sospeso sine die. E mentre il vicepresidente J.D. Vance annulla la sua partenza per la capitale pakistana, sul terreno la tensione è esplosa in maniera preoccupante. Gli ultimi sviluppi giudiziari e militari descrivono uno scenario di guerra strisciante: una nave portacontainer è stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco dei pasdaran al largo delle coste dell’Oman, riportando gravi danni al ponte di comando, mentre una seconda nave mercantile è stata bersagliata nelle acque antistanti le coste iraniane. L’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir-Saeid Iravani, ha consegnato un messaggio senza mezzi termini: “Se cercano una soluzione politica, siamo pronti. Se cercano la guerra, l’Iran è pronto anche a quella”. Una dichiarazione che, di fatto, condiziona ogni possibile distensione alla revoca totale del blocco navale, una condizione che Trump ha già definito inaccettabile perché minerebbe la credibilità dell’accordo.
Crisi interna a Teheran e volatilità nello Stretto
Secondo fonti vicine ai dossier di intelligence, la leadership iraniana sarebbe oggi più spaccata che mai, impegnata in un intenso dibattito interno su come procedere senza perdere la faccia né cedere al ricatto economico. Le Guardie della Rivoluzione, che hanno già dimostrato la loro potenza di fuoco attaccando le navi, si rifiutano di offrire concessioni unilaterali, mentre l’ala più politica del regime cerca una via d’uscita che eviti il collasso finanziario denunciato da Trump. La corrispondente Gabriella Colarusso, intervenuta ai microfoni di Omnibus su LA7, ha inquadrato la situazione come “ancora aperta e pericolosa”, sottolineando che “ci sono segnali piuttosto preoccupanti” proprio nello Stretto di Hormuz, dove la situazione resta “molto volatile”. Un’analisi, la sua, che fotografa un equilibrio instabile: i pasdaran controllano il passaggio, ma il blocco Usa strangola l’economia, creando un circolo vizioso dove la diplomazia fatica a trovare uno spiraglio.
L’assedio economico e lo stallo dei negoziati
Mentre i governi stranieri trattano, i dati economici raccontano una verità cruda. Trump ha ribadito che l’embargo sta funzionando, riducendo l’Iran in “collasso finanziario” al punto che, nelle sue parole, “polizia ed esercito si lamentano di non essere pagati”. La Casa Bianca mantiene la pressione, rifiutando di aprire il corridoio marittimo se non in cambio di concessioni radicali sul programma nucleare, mentre Tehran continua a chiedere la riapertura immediata per evitare il tracollo. I negoziati restano quindi in un limbo: da un lato la proroga del cessate il fuoco evita un’escalation militare totale, dall’altro l’assenza di un dialogo sostanziale rende l’area del Golfo una polveriera pronta a esplodere al primo passo falso. Le navi mercantili, nel frattempo, continuano a navigare a proprio rischio e pericolo, in attesa che la politica riesca, se mai ci riuscirà, a ricucire uno strappo che sembra ormai insanabile.




