L’ammuina degli ayatollah, il ratto Alì e la sfida degli studenti iraniani
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Redazione Esteri
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C’è un’aria strana, in questi giorni, nelle strade di Teheran come nei corridoi delle sue università, un’aria che sa di attesa, di qualcosa che deve accadere ma che ancora non si decide a prendere forma. I pezzi sulla scacchiera, per usare una metafora che calza a pennello con chi il potere lo esercita da decenni con mosse studiate e talvolta spregiudicate, ci sono tutti. L’incognita, semmai, è un’altra: capire quando e come qualcuno deciderà di dare inizio alla partita vera. In questo limbo, dove il tempo sembra sospeso e i contorni della realtà si fanno inevitabilmente sfumati, il regime degli ayatollah sta giocando le sue carte, mostrando un volto che oscilla tra la repressione più dura, la trattativa e una sorta di surreale proposta di compromesso avanzata a chi oggi riempie le piazze e i campus.
E così, mentre la tensione monta e il ricordo delle migliaia di morti di gennaio è ancora una ferita aperta nella coscienza collettiva del paese, il potere ha tirato fuori dal cilindro una mossa che sa molto di messinscena, quella che a Napoli, con un termine efficace, chiamerebbero ammuina. L’idea, tanto paradossale quanto rivelatrice dello stato di confusione in cui versano i vertici, sarebbe quella di proporre ai giovani in rivolta una sorta di patto: protestate pure, sembra essere il messaggio, ma senza esagerare, cercando di non varcare quelle linee rosse di cui ha parlato la portavoce del governo Fatemeh Mohajerani, quelle che proteggerebbero la sacralità della bandiera e di altri simboli della Repubblica Islamica. Un tentativo, forse, di incanalare la rabbia in un alveo controllabile, di trasformare la ribellione in una valvola di sfogo periodica, quando invece la richiesta che sale dagli atenei, da Teheran a Isfahan, sembra essere ben più radicale e profonda.
Il simbolo più potente di questo nuovo capitolo di contestazione è senza dubbio il ratto Alì, un peluche appeso ai rami di un albero dell’Università Sharif di Teheran e prontamente rimosso da uno studente basij, un miliziano filo-governativo, tra i fischi dei manifestanti -9. Quell’oggetto, un topo con un turbante, è la personificazione satirica della Guida Suprema, Ali Khamenei, accusato dagli oppositori di essersi rifugiato in un bunker durante i bombardamenti dello scorso giugno, come un roditore che scappa e si nasconde. L’immagine, rimbalzata in un attimo sui social network, ha trasformato un insulto nato online in un potente simbolo materiale di dissenso, capace di scardinare quell’aura di intoccabilità che il regime cerca di costruire attorno alla figura del Leader -9. La reazione stessa del basij, salito a toglierlo, ha paradossalmente amplificato il significato di quella provocazione, mostrando quanto il potere tema il ridicolo e la potenza dissacrante di un semplice pupazzo.
La repressione si fa più dura, gli atenei nel mirino delle milizie
Mentre sui social impazza la satira, la realtà sul campo è fatta di scontri e violenza. Le proteste, che ormai da giorni infiammano i campus di tutto il paese, non accennano a placarsi e la risposta delle autorità è stata immediata e sproporzionata. All'Università Khajeh Nasir di Teheran, le forze dell'ordine non hanno esitato a esplodere gas lacrimogeni direttamente nei corridoi, trasformando le aule in un campo di battaglia -2. Un clima pesante, fatto di paura e tensione, si respira anche all'Università di Alzahra, un ateneo femminile, dove le milizie paramilitari Basij hanno fatto irruzione per disperdere i sit-in pacifici delle studentesse, usando la violenza per soffocare ogni forma di dissenso -8. A Tehran, come a Mashhad, Yazd e Isfahan, gli studenti sono scesi in massa, spesso per commemorare i caduti delle proteste di gennaio, e puntualmente si sono trovati di fronte i blindati e le milizie.
Non è solo la violenza fisica, però, a segnare la strategia del regime. C’è anche una guerra più sottile, fatta di controlli e identificazioni. All'Università della Scienza e della Tecnologia di Teheran, così come in altri atenei, i Basij presidiano gli ingressi, controllano chi entra e chi esce, cercano di individuare i volti noti della contestazione per costruire fascicoli a loro carico, nel tentativo di intimidire e scoraggiare nuove mobilitazioni -1-6. È una tattica che mira a isolare i protestanti, a far sentire ogni studente sotto osservazione, a rompere quel senso di collettività che è la linfa vitale di ogni rivolta. E intanto, dall'altra parte del mondo, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, osserva e rilancia la sua pressione, minacciando attacchi militari se il regime non dovesse cedere sul nucleare, mentre il paese aspetta, sospeso tra la paura di una guerra esterna e la rabbia di una repressione interna che non conosce tregua -1-2.




