Dopo il Leoncavallo, l’attenzione si sposta sulla sede di CasaPound a Roma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La dichiarazione della premier Giorgia Meloni, secondo cui «non devono esistere zone franche», pronunciata nel giorno dello sgombero del centro sociale Leoncavallo di Milano, ha inevitabilmente riaperto un dibattito che tocca anche l’altro versante politico. L’operazione, eseguita dopo una lunga vertenza legale conclusasi con un maxi-risarcimento da tre milioni di euro versato dal Viminale ai legittimi proprietari dell’immobile, ha portato alla ribalta la situazione di un altro stabile, quello di via Napoleone III a Roma. Qui, da oltre un ventennio, ha sede il movimento di estrema destra CasaPound, in un immobile di proprietà pubblica.

A provare a rispondere alle accuse di «due pesi e due misure» è intervenuto, al Meeting di Rimini, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Il quale, definendo «la più ragionevole» la linea del governo, ha specificato che l’obiettivo è eliminare «spazi di illegalità e incubatori di violenza». Interrogato nello specifico sulla necessità di procedere allo sgombero di CasaPound, Sangiuliano ha opposto un netto rifiuto, a patto che l’organizzazione si attenga scrupolosamente ai «criteri di legalità». Una posizione che, se da un lato mira a distinguere i casi in base alla condotta, dall’altro solleva interrogativi sulla valutazione dei singoli episodi e sull’uniformità dell’applicazione del principio di legalità.

Sullo sfondo di questa discussione, il Viminale ha stilato una mappa delle occupazioni abusive ancora attive in Italia, che ammonterebbero a ben 128. La stragrande maggioranza di esse è riconducibile all’area anarco-antagonista; fanno eccezione, oltre alla romana CasaPound, solo lo Spazio Libero Cervantes a Catania. Un dato che, se da un canto illustra la vastità del fenomeno, dall’altro accentua il carattere simbolico e politico della questione di via Napoleone III, rendendola un caso unico e sotto osservazione.

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