Avati critica la marcia per la Palestina al Lido: "Gesto inutile, serve ben altro"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre la Mostra del Cinema di Venezia vive i suoi giorni clou, tra attese prime e applausi al cinema Sala Grande, un’altra scenografia – quella della protesta – ha fatto il suo ingresso sul red carpet del Lido. La manifestazione “Palestina libera - Stop al genocidio”, che ha attraversato ieri pomeriggio la cittadella del cinema, ha sollevato non solo polveri ma anche un corposo interrogativo da parte di un maestro del cinema italiano come Pupi Avati. Intervistato dal “Corriere della Sera”, il regista ha espresso un giudizio tranchant, liquidandola come un’iniziativa sostanzialmente inefficace, se non controproducente. “Ma davvero pensiamo che una marcia a Venezia durante la Mostra del Cinema possa cambiare le cose?”, si è chiesto con amara ironia, lasciando intendere come simili gesti, seppur plateali, rischino di confinare la gravità del conflitto in medioriente entro i confini di una passerella effimera.
Le sue parole, del resto, non ammettono repliche o zone grigie e delineano una posizione che va ben oltre la semplice critica alla modalità della protesta. Avati, infatti, propone una strada radicalmente diversa, certamente più drastica e moralmente impegnativa. “Andrebbe fatto altro: queste persone andrebbero prese per il bavero e sbattute contro il muro delle loro responsabilità”, ha affermato senza mezzi termini, riferendosi evidentemente a coloro che detengono le leve del potere e le chiavi dei conflitti. Una metafora forte, la sua, che evoca un bisogno di accountability immediata e concreta, l’opposto di quella che viene percepita come la retorica a times vuota di certa mobilitazione di facciata.
L’evento contestatario, che ha visto sfilare per le calli del Lido un eterogeneo corteo – descritto da alcuni osservatori come una passerella per un “antisemitismo militante da jet set” – ha dunque diviso l’opinione pubblica, trasformando per alcune ore la location della kermesse in un palcoscenico di attivismo. Un palcoscenico le cui quinte, va detto, erano state allestite con settimane di anticipo tra annunci, smentite incrociate e petizioni, seguendo un copione ormai noto che sembra ripetersi in ogni occasione mondana di rilievo.




