Energia, incertezza e materie prime: la sfida delle banche centrali tra inflazione e recessione
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Redazione Economia
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Il perdurare del conflitto e le tensioni in Medio Oriente hanno impresso una brusca accelerazione ai costi energetici, alimentando un clima di incertezza che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, trae origine solo in parte dai fondamentali economici. Molte delle oscillazioni registrate sui mercati finanziari, come osservato da Arif Husain di T. Rowe Price, derivano piuttosto da fattori tecnici e da una cronica bassa liquidità, i quali amplificano i movimenti giornalieri in assenza di un chiaro trend di fondo. In questo scenario, le Banche centrali – e qui sta il nodo cruciale – si trovano letteralmente in una morsa: da un lato la necessità di arginare una fiammata inflazionistica che non accenna a placarsi, dall’altro il dovere di non soffocare una crescita già fragile. Il rischio concreto, paventato da più parti, è che si verifichino errori di politica monetaria, con interventi fuori sync rispetto al reale stato di salute dell’economia reale.
Materie prime contro azioni: la nuova corsa agli investimenti fisici
Se la liquidità scarseggia e la fiducia vacilla, gli investitori sono chiamati a riconsiderare le proprie certezze. L’azionario, storicamente il rifugio preferito per la crescita di lungo periodo, potrebbe presto passare in secondo piano. A sostenere questa tesi è Michael Hartnett, strategist di Bank of America, il quale vede nelle materie prime il futuro degli investimenti. Le tensioni geopolitiche globali – e quella in Iran ne è l’esempio più lampante – unite all’instabilità macroeconomica, allontaneranno gli operatori dai titoli azionari per orientarli verso i beni tangibili. La strategia, ribattezzata “anything but bonds” (tutto fuorché obbligazioni), suggerisce una sostituzione: gli investitori, nel tentativo di proteggersi dall’inflazione e da un eventuale deprezzamento del dollaro, abbandoneranno gradualmente le azioni per accumulare commodity. Una scommessa sulla scarsità, insomma, che si fa sempre più concreta.
Lo spettro dello Stretto di Hormuz e il caro petrolio
L’attenzione dei mercati resta però incollata sul Golfo Persico, dove la situazione rimane esplosiva nonostante le apparenti distensioni. La tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran, che avrebbe dovuto rappresentare una svolta storica per i flussi energetici, si è rivelata sulla carta più efficace che nei fatti. Nello Stretto di Hormuz – saldamente sotto il controllo iraniano – la realtà racconta un’altra storia. Mercoledì, primo giorno pieno dopo la presunta intesa, sono transitate appena 5 navi; nessuna di queste era una petroliera. Un dato agghiacciante se paragonato ai giorni precedenti i combattimenti, quando il traffico, seppur ridotto, si attestava su una media di 10 navi al giorno. Questo stallo fisico, questa incapacità di far scorrere l’oro nero, rischia di far precipitare il prezzo del petrolio “vero” – quello che serve alle industrie e alle auto – verso quota 190 dollari al barile, con conseguenze devastanti per le bollette di famiglie e imprese.
La doppia sfida di Fed e Bce tra tagli e rincari
È in questo contesto di caos che si inseriscono le scelte degli istituti di credito centrale. La settimana che si apre sarà ricca di interventi da parte dei membri della Bce e della Fed, interventi che gli analisti del Market strategy team di Monte dei Paschi definiscono «importanti per capire la loro posizione nell’attuale contesto». La paura degli analisti è che, memori degli errori del passato (quando agirono troppo tardi contro l’inflazione post-Covid), le banche centrali ora possano commettere l’errore opposto: alzare i tassi troppo presto o troppo velocemente. Se da un lato l’aumento del petrolio spinge verso l’alto l’indice dei prezzi, dall’altro l’indebolimento della domanda, causato proprio dai rincari, spingerebbe verso la recessione. Una camminata sul filo del rasoio dove qualsiasi passo falso potrebbe trasformare l’attuale correzione in un vero e proprio crollo degli asset.




