Morte di Domenico, lo scontro tra gli avvocati e quel clima di "tensione a fette" in sala operatoria
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Redazione Interno
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L’intera vicenda giudiziaria legata alla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e mezzo deceduto dopo un trapianto cardiaco fallito, si arricchisce di nuovi, drammatici dettagli emergenti dalle carte dell’inchiesta, mentre il fronte legale si divide tra chi chiede chiarezza e chi invoca riservatezza. Da un lato, la difesa di Gabriella Farina, la cardiochirurga dell’ospedale Monaldi di Napoli che guidò la missione di espianto a Bolzano, ha chiesto agli inquirenti di evitare quelle che definisce "ricostruzioni parziali" e "letture distorte" dei fatti, quasi a voler prevenire una narrazione che potrebbe concentrarsi esclusivamente sulle presunte responsabilità del team partito dalla Campania. Dall’altro lato, l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia del bambino, ha duramente replicato, parlando di "difese arraffazzonate e goffe" da parte della controparte e chiedendo, al contrario, "silenzio e decoro" attorno al dolore dei genitori, in attesa che siano la magistratura e i periti a stabilire la verità.
Proprio in vista dell’incidente probatorio fissato per i prossimi giorni, la tensione processuale si è acuita con un’istanza di ricusazione presentata dalla famiglia Caliendo. I genitori di Domenico, assistiti da Petruzzi, hanno chiesto al giudice per le indagini preliminari di escludere il cardiochirurgo Mauro Rinaldi dal collegio di periti scelti dal gip. Una mossa che testimonia la volontà dei legali della parte offesa di avere garanzie assolute di terzietà e competenza in una consulenza tecnica che si preannuncia come il momento cruciale per cristallizzare le prove, dalla quale dipenderanno le future strategie processuali. Nel frattempo, la Procura di Napoli procede spedita nell’individuazione delle responsabilità, e l’ipotesi investigativa principale, quella di un taglio al ventricolo avvenuto proprio durante le fasi dell’espianto, getta un’ombra pesante sulle procedure seguite in sala operatoria a Bolzano il 23 dicembre.
Il racconto degli infermieri e il cuore "come una pietra"
A dipingere un quadro agghiacciante di ciò che accadde al ritorno a Napoli sono le testimonianze raccolte dagli inquirenti, in particolare quelle del personale infermieristico presente in sala operatoria. Dalle loro dichiarazioni emergerebbe un clima di sconcerto e "tensione a fette" nel momento in cui il cuore, giunto dal capoluogo altoatesino, si rivelò irrimediabilmente compromesso. Il racconto di uno dei sanitari descrive l’organo come "duro come una pietra di ghiaccio", una condizione che rese vani i disperati tentativi dell’equipe di scongelarlo, prima con acqua fredda, poi tiepida e infine calda. Fu in quel frangente, secondo le ricostruzioni, che il primario Guido Oppido, il quale aveva già asportato il cuore malato del piccolo Domenico, si sarebbe adirato con la collega Farina, appena rientrata dalla missione. "Era la prima volta che vedevo un torace vuoto", avrebbe raccontato qualcuno dei presenti, a significare lo sgomento nel constatare che il bambino era lì, aperto sul tavolo operatorio, in attesa di un organo che ormai era inservibile. Non ci fu alternativa, e l’impianto venne eseguito lo stesso, in una sorta di corsa contro il tempo destinata a prolungare l’agonia del piccolo per quasi due mesi.
L’ombra del ghiaccio secco e le inchieste parallele
Mentre la Procura di Napoli procede per omicidio colposo in concorso, con sette medici e sanitari iscritti nel registro degli indagati, le indagini si concentrano sui minuziosi passaggi della logistica del trapianto. Al centro della verifica giudiziaria non c’è solo l’uso di un comune contenitore frigorifero, una sorta di "frigo da pic-nic" come è stato definito, al posto dei più moderni box "Paragonix" dotati di termometro e controllo della temperatura, che pure erano disponibili nell’armadiorio del Monaldi ma che l’equipe ha dichiarato di non conoscere. Gli investigatori stanno cercando di accertare chi, nell’ospedale di Bolzano, abbia fornito il ghiaccio secco richiesto dai chirurghi napoletani, i quali erano partiti con una scorta di refrigerante giudicata "infinitesimale". Quel ghiaccio, capace di raggiungere temperature bassissime, avrebbe letteralmente bruciato il tessuto cardiaco. E proprio sulla provenienza di quel ghiaccio e sulle modalità della richiesta si gioca una parte della partita, con la necessità di chiarire se il personale dell’ospedale San Maurizio, che al momento non risulta indagato, potesse o dovesse opporsi o segnalare l’inadeguatezza della procedura.




