Di Matteo: "I mafiosi voteranno sì, la riforma della giustizia è una resa dei conti"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Nessuna ambiguità, nessuna concessione a facili mediazioni: il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, ha scelto la via della nettezza, intervenendo a Roma alla presentazione del libro di Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, dal Titolo “Perché No - Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole”. Affiancato, tra gli altri, da Giuseppe Conte e Virginia Raggi, il magistrato ha voluto porre l’accento su quello che, a suo giudizio, rappresenta l’asse portante di una campagna referendaria che si preannuncia aspra, se non addirittura spartiacque per gli equilibri repubblicani. “Sono perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri”, ha esordito Di Matteo, raccogliendo e rilanciando le parole del procuratore di Napoli. Secondo questa linea di pensiero, l’architettura della riforma voluta dall’attuale esecutivo finirebbe per attrarre il consenso di soggetti quantomeno inattesi: “Insieme alle persone per bene che voteranno sì, ci mancherebbe, voteranno sì i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”. Una dichiarazione, la sua, che non lascia spazio a interpretazioni di sorta e che si inserisce nel solco di una polemica politica ormai incandescente.

La strategia del voto e il presunto favore della criminalità organizzata

Il ragionamento di Di Matteo, per quanto provocatorio possa apparire all’ascolto del pubblico più distratto, poggia su un presupposto di natura squisitamente logica prima ancora che giudiziaria. Il magistrato, forte di una carriera trascorsa a combattere Cosa Nostra, ha spiegato come le organizzazioni criminali, nella loro lucida valutazione del rapporto tra fini e mezzi, non possano che guardare con favore a un riassetto della magistratura che ne ridimensioni il potere di intervento. “Quando i mafiosi, quelli che ragionano, pensano che una parte politica possa andare contro la magistratura”, ha aggiunto il pm, “loro hanno già deciso per chi votare”. La riforma, dunque, cessa di essere un mero tecnicismo giuridico per assumere i contorni di una resa dei conti politica, di una “riforma di vendetta”, come lui stesso l’ha definita in altre sedi, nei confronti di quella parte della magistratura che ha osato indagare senza guardare in faccia nessuno. E non si tratta, secondo il magistrato, di una semplice ipotesi astratta: la separazione delle carriere, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, contenuti nel disegno di legge costituzionale promosso da Giorgia Meloni e Carlo Nordio, rappresenterebbero una cesura storica con il modello costituzionale voluto dai padri costituenti.

Il fantasma del Piano Gelli e le radici della riforma

A rendere ancor più denso il ragionamento di Di Matteo, e a proiettarlo in una dimensione che oltrepassa l’attualità, è stato il richiamo alla memoria storica, un esercizio che il magistrato ritiene essere quantomai necessario in un paese che dimentica in fretta. Nel corso della presentazione romana, e coerentemente con quanto già espresso in passato, il sostituto procuratore ha riportato l’attenzione sulle origini profonde della separazione delle carriere, individuandole niente meno che nel “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli, il venerabile della Loggia P2. Quel piano, sequestrato nel 1982, conteneva già molti degli obiettivi oggi in discussione: la responsabilità civile dei magistrati, la riforma del Csm e, appunto, la separazione delle carriere. Un filo rosso, quello che legherebbe gli strateghi della “democrazia bloccata” degli anni Ottanta ai fautori dell’attuale disegno di legge, che Di Matteo ha voluto mettere in luce senza timore di essere frainteso. “Non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere”, ha ribadito il magistrato, rispondendo indirettamente alle polemiche sollevate dalle parole di Gratteri e alle aperture di istruttorie da parte del Csm, quasi a voler sottolineare che la pressione istituzionale non scalfisce la sostanza delle sue preoccupazioni.

L'inasprimento del clima politico e il fronte del no

L’intervento di Di Matteo si colloca in un contesto politico già pesantemente polarizzato. Le sue affermazioni, peraltro, arrivano a pochi giorni dalle precisazioni dello stesso Nicola Gratteri, il quale aveva tentato di arginare le polemiche spiegando di non aver mai inteso sostenere che tutti i votanti per il sì siano criminali, ma che, oggettivamente, “indagati, imputati e massoneria deviata” non possano che auspicare una giustizia meno incisiva. Dal fronte governativo, le reazioni non si sono fatte attendere: il Guardasigilli Nordio, intervistato sull’evidente coincidenza di alcuni punti della riforma con il piano della P2, aveva in passato liquidato la questione affermando che “Gelli poteva anche avere opinioni condivisibili”, una frase che Di Matteo ha definito inaccettabile, ricordando come la loggia fosse stata un’organizzazione eversiva, condannata in via definitiva per i suoi legami con la strage di Bologna. Una presa di posizione, quella del pm, che rende bene l’idea di quanto lo scontro referendario abbia assunto i toni di un vero e proprio conflitto tra poteri dello Stato, laddove la posta in gioco, come ha scritto il procuratore Gratteri in un’intervista, non è tanto l’efficienza dei processi, quanto la permanenza di un controllo di legalità diffuso e indipendente.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.