La città si mobilita per Valentina Sarto, uccisa dal marito dopo una lunga scia di violenze inascoltate

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Comune di Bergamo, attraverso la rete interistituzionale Antiviolenza Bergamo-Dalmine che lo vede capofila, ha promosso per la serata di venerdì 20 marzo una fiaccolata silenziosa in memoria di Valentina Sarto, la donna di 41 anni uccisa dal marito Vincenzo Dongellini nella loro abitazione di via Pescaria. Il corteo, che si snoderà come un fiume silenzioso e partecipe, prenderà il via alle 20 e 30 proprio dal civico 26 di via Pescaria, luogo in cui si è consumata la tragedia, per poi proseguire lungo via Crescenzi e concludersi nel piazzale antistante la New Balance Arena, lo stadio che ospita le partite dell’Atalanta e che per Valentina, che lavorava come barista al Baretto dei tifosi, rappresentava anche il suo luogo di lavoro e di socialità. L’iniziativa si configura non soltanto come un momento doveroso di raccoglimento e di vicinanza alla famiglia della vittima, ma anche, e forse soprattutto, come un segnale forte e chiaro di impegno collettivo contro ogni forma di violenza di genere, un tentativo di trasformare il dolore privato in una spinta civile e comunitaria.

I giorni dell’orrore e il tentativo inascoltato di chiedere aiuto

Il femminicidio di Valentina Sarto, consumatosi nella mattinata di mercoledì 18 marzo, presenta i contorni di una vicenda purtroppo nota agli inquirenti e a chi si occupa di violenza domestica: una lunga escalation di soprusi, iniziata dopo il matrimonio celebrato il 24 maggio 2025 e culminata in un raptus omicida. Secondo le prime e agghiaccianti ricostruzioni, Vincenzo Dongellini, 49enne originario dell’Imolese e attualmente disoccupato, avrebbe colpito la moglie con diverse coltellate, mirando con ferocia inaudita alla schiena e alla gola, e rendendo vano ogni potenziale tentativo di soccorso. Dopo aver commesso il delitto, l’uomo avrebbe inscenato un goffo tentativo di suicidio, procurandosi ferite superficiali alle braccia e ingerendo della candeggina, circostanza quest’ultima che ha reso necessario il suo trasporto all’ospedale Papa Giovanni XXIII, da dove, dopo le dimissioni, è stato tradotto nel carcere di via Gleno con l’accusa di omicidio volontario. A dare l’allarme, in un modo che lascia intendere la tragica consapevolezza di chi ha ricevuto la confessione, è stata la figlia ventenne di Dongellini, nata da una precedente relazione e residente a Cremona: è stata lei a ricevere la telefonata del padre, il quale, con poche e terribili parole, le ha raccontato di aver litigato con Valentina e di averla colpita, spingendo la ragazza a contattare immediatamente il 118.

La relazione clandestina e la gelosia come movente scatenante

Il quadro che emerge dalle testimonianze, in particolare da quella di Moris Panza, l’uomo con cui Valentina aveva intrecciato una relazione a partire dallo scorso febbraio, delinea un contesto di crescente tensione e possessività da parte del marito. La donna, che lavorava come barista e aveva conosciuto Panza proprio frequentando il locale, aveva confessato al compagno la sua intenzione di lasciare Dongellini, una decisione che quest’ultimo non era evidentemente disposto ad accettare. Le voci raccolte parlano di una spirale di gelosia e di minacce, con episodi di violenza fisica che si sarebbero verificati in almeno due occasioni, e che Valentina stessa avrebbe documentato attraverso messaggi vocali e registrazioni, consigliata proprio da Panza. L’uomo, sentito dagli inquirenti, ha riferito di averla più volte esortata a sporgere denuncia, arrivando ad accompagnarla, sabato 14 marzo, presso la stazione dei carabinieri di Almenno San Salvatore per chiedere informazioni e consulenza su come procedere. Nonostante l’invito ricevuto dai militari a formalizzare un esposto, Valentina Sarto, forse timorosa delle conseguenze o sperando in una pacificazione, avrebbe chiesto tempo, dichiarando di voler aspettare ancora una settimana per osservare l’evolversi della situazione: una settimana che non è mai arrivata.

Una città ferita e la richiesta di politiche più efficaci

La reazione della città di Bergamo e delle associazioni che si occupano di contrasto alla violenza di genere è stata immediata e composta, ma al contempo pervasa da una rabbia profonda per quella che viene percepita come l’ennesima tragedia annunciata. La Rete bergamasca contro la violenza di genere e il collettivo Non una di meno, nel dare appuntamento alla cittadinanza per un presidio, hanno sottolineato come questo femminicidio non rappresenti un episodio isolato o frutto di un raptus improvviso, ma piuttosto la drammatica manifestazione di una violenza strutturale che nella sola provincia di Bergamo ha portato a sei omicidi di donne negli ultimi due anni, con una media spaventosa di uno ogni quattro mesi. Le stesse organizzazioni, nel loro comunicato, rifiutano con forza ogni narrazione che tenti di ridurre l’accaduto a una lite degenerata, puntando il dito contro quella che definiscono una “cultura del possesso” e denunciando al contempo l’insufficienza delle misure di prevenzione e protezione messe in campo dalle istituzioni. Una richiesta, quella di investimenti concreti nei centri antiviolenza e in programmi di educazione affettiva e sessuale nelle scuole, che riecheggia anche nelle parole della sindaca Elena Carnevali, la quale, pur esprimendo il cordoglio e la vicinanza dell’amministrazione comunale, ha parlato di una città “ferita” e di un dolore che non può e non deve tradursi in una semplice statistica, bensì in uno stimolo per un cambiamento culturale profondo e duraturo, in grado di scardinare alla radice i meccanismi di sopraffazione e controllo che si annidano troppo spesso tra le mura domestiche.

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