Netanyahu ordina stop ai raid, ma nessun ritiro dal sud del Libano
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Redazione Esteri
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La decisione è arrivata al termine di una giornata particolarmente cruenta, segnata da bombardamenti e violazioni del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran, ma l'ordine impartito dal premier Benjamin Netanyahu alle forze di difesa israeliane non equivale a un disimpegno militare. Il governo di Gerusalemme ha infatti precisato che, nonostante la sospensione degli attacchi aerei, non è previsto alcun ritiro dal Sud del Libano, area che lo Stato ebraico considera strategica per la propria sicurezza.
La corrispondente da Gerusalemme Maria Gianniti ha confermato la linea dura dell'esecutivo, mentre sul terreno la situazione resta tesa e gli occhi sono puntati sulle trattative in corso in Svizzera, dove il primo round dei colloqui tra Stati Uniti e Iran si è concluso con il nodo libanese al centro del tavolo.
Bombardamenti su Nabatiyeh e l'offensiva nel Sud
Gli attacchi israeliani hanno preso di mira nelle ultime ore la città di Nabatiyeh, nel Libano meridionale, causando danni ingenti a infrastrutture civili e colpendo anche un edificio della banca centrale, un bersaglio che ha destato particolare impressione per la sua natura simbolica e strategica.
Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, i raid di venerdì e sabato hanno provocato un bilancio pesantissimo, con 97 vittime accertate secondo fonti ufficiali libanesi; tra queste, otto donne e quattro bambini, un dato che alimenta le tensioni diplomatiche e accresce la pressione internazionale su Israele. Le operazioni militari non si sono però fermate ai dintorni di Nabatiyeh, perché nuovi raid hanno colpito anche la Bekaa occidentale e la regione di Tiro, nel Sud del Paese, dove sette persone hanno perso la vita.
Il dramma di Sohmor e il raid su Rashidieh
Uno degli episodi più drammatici di questa nuova ondata di violenza si è consumato nella città di Sohmor, sempre nel Libano occidentale, dove cinque persone – tra cui un bambino, una donna e due anziani – sono rimaste uccise sotto le macerie dei bombardamenti.
L'agenzia nazionale di stampa Nna, citando il ministero della Sanità di Beirut, ha reso noto che le vittime appartenevano a nuclei familiari che non erano riusciti a mettersi in salvo nonostante gli appelli alla fuga lanciati nei giorni precedenti; e proprio mentre la cronaca si concentrava sul massacro di Sohmor, un altro attacco si è abbattuto sul distretto di Tiro, nella località di Rashidieh, dove hanno trovato la morte due cittadini di nazionalità palestinese.
Le autorità libanesi hanno denunciato l'accaduto come una violazione sistematica degli impegni assunti con la comunità internazionale, anche se sul piano formale Netanyahu ha scelto di giustificare le operazioni con la necessità di fronteggiare minacce imminenti alla sicurezza dei cittadini israeliani.
Netanyahu: nessun compromesso e permanenza al Sud
Intervenendo al termine dell'ennesimo consiglio di gabinetto sulla gestione del conflitto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha voluto chiarire la posizione del suo governo in modo netto e senza ambiguità: "Rimarremo nella zona di sicurezza nel sud del Libano finché sarà necessario per proteggere gli amati residenti del nord e tutti i cittadini di Israele. Nulla cambierà questo impegno", ha affermato, ribadendo che la presenza militare israeliana a sud del Litani è una condizione non negoziabile.
La dichiarazione arriva mentre in Svizzera si chiudeva il primo round dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, con la questione libanese che ha fatto da contrappunto alle discussioni sul programma nucleare di Teheran, ma Netanyahu è stato altrettanto categorico sul fronte iraniano, promettendo che Israele non scenderà ad alcun compromesso per impedire alla Repubblica islamica di acquisire armi atomiche.
Resta dunque aperto lo scollamento tra la richiesta di de-escalation avanzata da Washington e la linea dura del premier israeliano, il quale sembra determinato a mantenere il controllo militare sulla fascia meridionale del Libano, indipendentemente dagli sviluppi diplomatici in corso.




