Urbanistica a Milano, il tribunale risequestra il cantiere di viale Papiniano: bocciata la «buona fede» del costruttore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Prima no, poi sì, adesso di nuovo no: a stabilirlo, con un nuovo e repentino cambio di rotta che incide sull’andamento dei lavori in viale Papiniano 48, è il Tribunale del Riesame di Milano, il quale ha accolto l’appello presentato dalle pm Luisa Baima Bollone e Giovanna Cavalleri. Erano state loro, lo scorso novembre, a mettere i sigilli d’urgenza al cantiere dove sta sorgendo un edificio di otto piani residenziali – più due interrati –, ma quel primo provvedimento non era stato convalidato dalla giudice per le indagini preliminari Sonia Mancini. La gip, all’epoca, aveva riconosciuto la presunta buona fede dei costruttori, attribuendo le ragioni del contendere a quelle che definiva «prassi comunali altalenanti»; una linea, la sua, che di fatto aveva permesso la ripartenza delle attività. Oggi, invece, i giudici del Riesame – nell’accogliere il ricorso della Procura – ribaltano completamente quell’impostazione, disponendo un nuovo sequestro preventivo dell’area e rimettendo dunque i sigilli a un progetto finito nel mirino dell’inchiesta sulla cosiddetta "urbanistica fai da te" a Milano.

L’assenza di affidamento incolpevole e il ruolo del costruttore esperto

Il cuore della decisione del Riesame risiede nella valutazione della condotta del privato: per i giudici, che hanno firmato il provvedimento, non si può parlare di «affidamento incolpevole». La società costruttrice, stando a quanto si legge nell’ordinanza, «ben sapendo che il Titolo edilizio non era idoneo, o comunque non essendo certa della idoneità del titolo», avrebbe deciso ugualmente «di iniziare e proseguire l’opera». Un passaggio, questo, che introduce una distinzione sostanziale rispetto alle valutazioni fatte in prima battuta dalla gip: non rileva, dunque, l’eventuale confusione generata da direttive comunque non univoche da parte di Palazzo Marino, perché a fronte di un quadro normativo incerto, un «operatore economico esperto» – così viene definita l’impresa – avrebbe il dovere di fermarsi e accertare la reale portata del titolo abilitativo, non invece di procedere facendo affidamento su un’interpretazione favorevole ma dubbia.

La questione urbanistica: Scia al posto del piano attuativo

Sul piano tecnico, la vicenda ruota attorno alla qualificazione giuridica dell’intervento. L’edificio in costruzione in viale Papiniano, che sorge laddove prima insisteva un laboratorio commerciale di due piani, è stato autorizzato, secondo la tesi della Procura, tramite una Segnalazione certificata di inizio attività (Scia), cioè uno strumento amministrativo semplificato e autocertificativo. Per i pm milanesi, invece, trattandosi di una vera e propria nuova costruzione – e non di una semplice ristrutturazione –, si sarebbe dovuto ricorrere a un permesso di costruire preceduto da un piano attuativo. L’accusa, che vede coinvolti anche l’aggiunto Paolo Ielo, contesta pertanto l’ipotesi di lottizzazione abusiva e abuso edilizio, sottolineando come l’uso improprio della Scia abbia consentito di aggirare i meccanismi di pianificazione secondaria e di controllo, quelli che impongono anche la verifica degli standard urbanistici e dei contributi dovuti per i servizi.

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