Oro sotto i 4.000 dollari, il crollo più lungo dal 2008: la valanga del dollaro spazza via il metallo giallo
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Redazione Economia
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La corsa dell'oro si è fermata, e con essa è crollata anche la fiducia di chi lo aveva indicato come il bene rifugio per eccellenza in un mondo in fiamme. Il metallo prezioso, nella seduta di ieri, è scivolato sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari l'oncia, un livello che non veniva toccato da inizio novembre 2025 e che rappresenta, di fatto, un ritorno a valori che ormai sembravano archiviati nei libri di storia economica recente.
Il tonfo è stato netto, con un ribasso che in alcuni momenti della giornata ha sfiorato il 3,7%, portando le quotazioni a stabilizzarsi poco al di sotto dei 3.970 dollari, in un clima di mercato che ricorda per intensità solo le fasi più acute della crisi finanziaria globale del 2008.
Il biglietto verde come una morsa: la Fed detta il passo
Il principale artefice di questa discesa, che ormai si protrae da mesi ma che solo ora ha superato un muro difensivo ritenuto invalicabile, è il dollaro statunitense. La valuta americana vola sui massimi annuali, alimentata dalle crescenti aspettative che la Federal Reserve mantenga un orientamento monetario marcatamente restrittivo.
La prospettiva di tassi d'interesse più elevati a lungo termine ha reso l'oro, che rendimento non offre, improvvisamente meno attraente rispetto ai titoli di Stato americani, scatenando un deflusso di capitali che ha trasformato la correzione in una vera e propria valanga. Il biglietto verde, forte delle politiche monetarie e dello status di bene rifugio per eccellenza in tempo di crisi, ha così stretto la sua morsa sul metallo giallo, che da fine gennaio ha perso oltre il 28% dal suo massimo storico di quasi 5.626 dollari, toccato in quel periodo.
Il peso della guerra e il petrolio che cambia rotta
A gravare sul sentiment degli investitori, come se la forza del dollaro non bastasse, si è aggiunto il peso degli scenari geopolitici. Lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran ha riacceso l'istinto alla liquidità, spingendo gli investitori a disfarsi delle posizioni più rischiose o meno remunerative, tra cui proprio quelle sull'oro, per rifugiarsi nel contante.
Parallelamente, il mercato petrolifero sta vivendo una fase di netto ridimensionamento, elemento che tradizionalmente contribuisce a ridurre le pressioni inflazionistiche e a togliere ulteriore slancio all'oro come copertura contro il rialzo dei prezzi.
La graduale normalizzazione dei flussi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz, favorita dall'autorizzazione iraniana al transito controllato di alcune navi commerciali e dalla temporanea deroga alle sanzioni introdotta dagli Stati Uniti, sta contribuendo a calmierare i prezzi energetici, rimuovendo uno dei principali catalizzatori rialzisti per l'oro.
Argento travolto: la correzione che non perdona
La caduta libera non ha risparmiato l'intero comparto dei metalli preziosi, con l'argento che ha subito perdite percentuali addirittura più pesanti. Ieri, il cosiddetto "metallo povero" è sceso sotto i 60 dollari l'oncia, segnando un arretramento complessivo del 51% rispetto ai picchi raggiunti in concomitanza con il massimo storico dell'oro. Un dato, quest'ultimo, che fotografa con precisione la violenza del movimento ribassista e la fuga degli speculatori, che abbandonano in massa posizioni considerate ormai insostenibili in un contesto di tassi reali positivi e dollaro dominante.
L'analisi dei supporti: un futuro incerto tra i minimi di periodo
Tecnicamente, il metallo giallo resta vicino ai minimi di periodo, con i trader che ora osservano con attenzione i livelli di supporto immediati per valutare se questa discesa rappresenti l'inizio di un nuovo trend ribassista di lungo termine o, al contrario, un'ipercorrezione che potrebbe aprire le porte a un rimbalzo tecnico. L'aver infranto la barriera dei 4.000 dollari, un livello che aveva retto per quasi otto mesi, ha rotto un incantesimo psicologico e ha liberato nuova pressione al ribasso.
La forza del dollaro e l'incertezza sulle prossime mosse della Federal Reserve restano i veri arbitri della partita, in attesa che nuovi dati macroeconomici forniscano indicazioni più chiare sulla direzione da prendere.




