La Fagianata di Magrini: "Forse Pellizzari non era pronto per questo ruolo. Rovinato dalla troppa pressione"
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Redazione Sport
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La montagna non perdona. Lo fa raramente, ma quando decide di presentare il conto trasforma la strada in un tribunale spietato. E la salita di Carì, nella sedicesima tappa del Giro d’Italia 2026, ha emesso una sentenza durissima nei confronti di Giulio Pellizzari. Il giovane marchigiano, giunto al traguardo con un ritardo di 18’06” dal danese Jonas Vingegaard – il vincitore di giornata che ha saldato la sua morsa sulla maglia rosa – è letteralmente crollato sotto i colpi di una crisi che ha dell’incredibile. è arrivato 49°, scortato dal compagno olandese Mick van Dijke, perdendo tredici posizioni in classifica generale, sprofondando al 19° posto a 22’38” dal vertice. L’addio alla maglia bianca di miglior giovane, così come qualsiasi velleità di classifica, è stato doloroso ma inevitabile.
Il peso di una responsabilità troppo grande
L’idea che sta emergendo, tra i commenti a caldo di chi segue il circuito, è che forse Pellizzari non fosse ancora pronto per questa consacrazione. Essere proiettato al ruolo di capitano in una squadra come la Red Bull, con tutte le aspettative che ne derivano, potrebbe avergli giocato un brutto scherzo. “Ha sentito troppa pressione – ha osservato chi analizza la dinamica – dimostrando un carattere abbastanza leggerino. La troppa pressione purtroppo l’ha rovinato”.
Del resto le premesse erano ottime: la vittoria al Tour of the Alps a Bolzano faceva ben sperare, e lui stesso ci credeva profondamente. Qualcuno ha addirittura parlato di un “virus” che lo avrebbe debilitato nei giorni precedenti, anche se a Pila, l’altra tappa chiave, non era affatto male. Eppure, quando il gruppo si è allungato sull’ascesa finale verso Carì, le gambe hanno smesso di rispondere. Un dramma fisico e mentale, reso ancor più cupo dal messaggio disperato lanciato alla propria ammiraglia: “Non ce la faccio, non ho le gambe. lasciatemi qui, andate ad aiutare Jai [Hindley, ndr]: per me finisce qui”.
La solidarietà istituzionale e il silenzio della tappa
Al termine di una giornata cosi dura, il sostegno è arrivato dal presidente della Lega Ciclismo, Roberto Pella. In una nota ufficiale, Pella ha voluto porgere la propria vicinanza – a nome personale e dell’intera Lega – al corridore marchigiano, sottolineando come la difficoltà incontrata non debba cancellare quanto di buono già dimostrato in carriera. Ha ricordato con piacere il successo nella tappa regina del Tour of the Alps, quello che aveva fatto sognare gli appassionati. “Giulio – ha detto Pella – troverà la forza per nuovi traguardi”.
Un messaggio di conforto, certamente, che però lascia intravedere la preoccupazione per un giovane talento italiano che sembra aver smarrito la strada proprio nel momento più importante. La dinamica della crisi è stata impressionante: mentre Vingegaard operava il vuoto con uno scatto magistrale a 6,7 km dall’arrivo, Pellizzari si spegneva, inghiottito da una fatica che appariva quasi surreale per un atleta del suo calibro.
Dall’illusione Blockhaus al naufragio svizzero
L’azzurro aveva provato a tenere il passo del fenomeno danese già sul Blockhaus, nella prima vera tappa di montagna. Un tentativo, quello di incollarsi alla ruota di Vingegaard, che gli era costato caro ma che molti, come l’opinionista Magrini, avevano giudicato coraggioso: “Se non provi, non puoi sapere a che punto sei”. Peccato che la lezione non sia bastata. Sulle rampe che portavano a Carì – una frazione breve ma velenosissima – la Red Bull ha provato a imporre un ritmo infernale, ma il primo a saltare è stato proprio il suo giovane capitano.
Un fatto clamoroso, che ha ribaltato le gerarchie interne della squadra, costringendo i compagni a convergere sull’australiano Hindley. Pellizzari, che al via sognava un posto sul podio di Roma, ora è fuori dai giochi che contano e dovrà gestire un ritiro anticipato o una presenza simbolica nell’ultima settimana di corsa.




