Scaduto il trattato New Start, torna l'incubo atomico
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Redazione Esteri
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La scadenza, il 5 febbraio, del trattato New Start che limitava gli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia non è una semplice formalità diplomatica, bensì la fine di un'era che, per oltre mezzo secolo, aveva mantenuto un minimo di regole sul più pericoloso tra gli armamenti. Quell'accordo, l'ultimo erede di una serie negoziale iniziata nel 1972, rappresentava una barriera, seppur logora, contro il caos nucleare; la sua cessazione, dunque, non fa che spalancare le porte a un futuro denso di incognite, dove la diffidenza tra Washington e Mosca potrebbe trasformarsi in una competizione senza più freni. Si tratta di una circostanza inedita, che riporta le lancette della storia a un periodo antecedente alla distensione, quando le due superpotenze accumulavano testate senza alcun limite formale a contenerne la proliferazione.
La nuova fase di incertezza
In questo vuoto normativo, le indiscrezioni riportate dal New York Times su possibili iniziative americane assumono un peso specifico enorme, alimentando timori che molti credevano sepolti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, stando a quanto riportato, starebbe valutando non solo il dispiegamento di ulteriori armi nucleari ma anche la ripresa di test sotterranei, misure che, se confermate, segnerebbero una radicale inversione di rotta. D’altronde, tali mosse annullerebbero decenni di una politica di rigoroso controllo, quella stessa che aveva portato a ridurre o quantomeno a stabilizzare il numero di testate pronte all'uso sui vettori strategici, dai missili intercontinentali ai sommergibili.
Le mosse di Trump e l'ombra della Cina
Sebbene l’attenzione sia catalizzata dal confronto diretto tra Washington e Mosca, un altro fattore, spesso sottovalutato, complica ulteriormente il quadro: l’ascesa della Cina, la quale, secondo rapporti di intelligence, sta progressivamente aumentando il proprio arsenale atomico. La crescita cinese, sebbene numericamente ancora lontana dai livelli delle due potenze storiche, introduce una variabile imprevedibile in un gioco già di per sé instabile, perché rende qualsiasi futura trattativa potenzialmente tripartita e dunque infinitamente più complessa. Il presidente Trump, d’altra parte, potrebbe anche vedere nella rottura dell'esistente una leva negoziale per forzare l’avvio di trattative più ampie, un calcolo rischioso che però non può essere del tutto escluso dalle analisi degli osservatori.
Uno scenario senza precedenti
Ciò che appare chiaro, al di là delle intenzioni tattiche dei singoli leader, è la gravità oggettiva della situazione creatasi. Per la prima volta in cinquant'anni, infatti, non esiste alcun accordo vincolante che limiti la potenza di fuoco nucleare delle due nazioni che ne detengono la stragrande maggioranza, una condizione che di per sé accresce il pericolo di incomprensioni e escalation. L’assenza di un trattato toglie quel velo di trasparenza reciproca garantito dalle verifiche ispettive, lasciando spazio alle valutazioni soggettive e, potenzialmente, a errori di calcolo dalle conseguenze catastrofiche. La posta in gioco, quindi, non è meramente politica ma riguarda la sicurezza collettiva globale, in un momento storico già segnato da profonde tensioni.




