Varese sorride con il cuore, Cremona si morde le mani: Brotto e l’amaro in bocca di una rimonta mancata

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La settima meraviglia, per usare un eufemismo che sa più di cronaca che di poetica, s’è consumata sotto le plance dell’Itelyum Arena. Doveva vincere Varese, contro quella Vanoli Cremona che nelle pieghe del primo tempo aveva quasi illuso i pochi ottimisti di provincia, e così è stato: una vittoria scolpita nella difesa e in quel “cuore” di cui parlava, a denti stretti, l’allenatore di casa Kastritis. Ma è nel sottobosco delle interviste, in quella sala stampa che profuma ancora di sudore e plastica bruciata, che troviamo il contraltare più sincero – le parole di un Brotto, giocatore della squadra ospite, che restituiscono l’immagine di chi torna a casa «con l’amaro in bocca». Un’espressione, quest’ultima, che pesa come un macigno perché fotografa l’esatto scarto tra una prima frazione giocata «al di sotto delle nostre possibilità» e una ripresa generosa, rabbiosa, ma vanamente aggrappata a percentuali al tiro troppo basse per scalfire la solida architettura varesina.

L’analisi spietata di Brotto: “Loro hanno fatto canestro, noi meno”

A sentire lui, il Brotto della Vanoli, non si tratta di alibi né di recriminazioni stantie. «Bisogna fare i complimenti a Varese – ha spiegato, con la schiena ancora appoggiata alla parete della zona mista – ha disputato una partita molto solida, esattamente come ci aspettavamo». E qui viene il nodo: mentre i padroni di casa riuscivano a trasformare l’energia del pubblico in punti pesanti, gli ospiti affondavano in un pantano di errori dall’arco e dalla media distanza. «Aver avuto migliori percentuali al tiro – ha aggiunto, quasi tra sé – probabilmente ci avrebbe permesso di portare a casa la partita». Ma il condizionale, nel basket come nella vita, non ha mai segnato un canestro. La fotogallery di Fabio Averna, quella che ritrae «gente da scudetto» tra cori e bandiere, è lì a testimoniare il contrario: una domenica di sport e tifo senza sbavature, con l’Itelyum Arena che diventa cassa di risonanza di un’ambizione che non è più solo un sogno.

Il santino di Kastritis e l’identità che batte i limiti

Le telecamere di LBA TV, ormai abituate al rituale, hanno inquadrato ancora una volta il gesto scaramantico del greco Kastritis: quel santino baciato e alzato al cielo pochi istanti prima della sirena. Un marchio di fabbrica, ormai, per un allenatore che nel post-partita ha elogiato la «connessione tra squadra e pubblico», definendola un fattore decisivo. «Vittoria di difesa e di cuore» l’ha ribattezzata lui, senza mai citare gli avversari per nome. E in effetti l’identità di questa Varese – quella che legittima la sua ambizione da playoff – sembra costruita proprio su un equilibrio precario ma funzionale: i limiti tecnici vengono compensati da una pressione costante sull’uomo, e l’abilità di Kastritis sta nel trasformare ogni possesso difensivo in un’occasione per ripartire.

Playoff a portata di mano, un lusso che mancava da sette stagioni

Vedere i playoff, trovarseli lì, a un passo dall’allungare la mano. Per chi segue la Openjobmetis da anni, sa bene che questa vicinanza alla post-season ha il sapore di un’eccezione. Al netto di quella stagione 2022/23 chiusa sul campo al sesto posto (poi revocato, ma questo è un altro racconto), i varesini non assaporavano una possibilità così concreta da ben sette campionati. E ieri sera, contro Cremona, la squadra è scesa in campo «con il coltello tra i denti», per riprendere l’espressione cara ai commentatori locali. Non c’è stata traccia della fragilità psicologica che in passato aveva affossato risultati simili; anzi, la dimostrazione è arrivata nei momenti più caldi del terzo e quarto quarto, quando i rimbalzi offensivi e le palle recuperate hanno spento sul nascere ogni tentativo di rimonta ospite.

Cremona e l’amaro di una rimonta incompiuta

Dall’altra parte, la Vanoli lascia Varese con quella sensazione di incompiuto che i giocatori conoscono troppo bene. Brotto, nel suo intervento, si è detto «molto soddisfatto dell’approccio e dell’atteggiamento mostrato nella ripresa», quasi a voler separare la prestazione in due blocchi distinti. Il primo, da dimenticare. Il secondo, da salvare come monito per il futuro. Ma il punteggio finale – come spesso accade – cancella le sfumature e premia la costanza. E mentre i tifosi di casa si abbandonano all’abbraccio collettivo, quelli cremonesi si interrogano su quel che poteva essere e non è stato. Nessuna resa, però, nel tono dell’intervistato: solo la lucida consapevolezza che nel basket di vertice, quello che conta, a volte un solo tiro in più convertito avrebbe ribaltato l’intera narrazione.

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