La radio rischia di sparire dai cruscotti delle nuove auto, e l'allarme lanciato da Confindustria Radio Televisioni in occasione della Giornata mondiale del 13 febbraio punta il dito contro la progressiva chiusura dei sistemi di infotainment, sempre più spesso concepiti come ecosistemi digitali proprietari e basati esclusivamente sulla connettività IP, con il rischio concreto che la ricezione tradizionale, sia analogica che digitale, venga sacrificata -1.
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Redazione Economia
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La campagna #RadioInAuto, volta a sensibilizzare pubblico e istituzioni, si basa su un dato incontrovertibile: in Italia sono 35 milioni le persone che ogni giorno accendono la radio, e di questi, circa 26 milioni lo fanno mentre sono al volante, il che significa che l'automobile rappresenta il luogo privilegiato per il consumo di questo mezzo, un legame che le case automobilistiche, spinte da logiche industriali e commerciali, sembrano aver dimenticato o, peggio, deliberatamente ignorato -1-5-8.
La questione, per la verità, non è nuova: già nel giugno dell'anno precedente l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, l'Agcom, aveva sollevato il problema segnalando al governo come alcuni modelli di vetture, in particolare quelle elettriche o di fascia più economica, stessero uscendo dalle fabbriche prive del classico sintonizzatore, sostituito da una semplice interfaccia USB o da un supporto per lo smartphone, delegando di fatto la funzione radio a un'applicazione esterna che richiede una connessione dati e, soprattutto, toglie immediatezza al gesto dell'ascolto -2-6-9.
In questa Giornata mondiale, che quest'anno l'Unesco ha dedicato al tema dell'intelligenza artificiale, con lo slogan "AI is a tool, not a voice", Confindustria Radio Tv ha voluto rilanciare con forza la propria battaglia, sottolineando come la deriva verso cruscotti sempre più simili a tablet e governati da logiche proprietarie rischi di rendere la radio un'applicazione nascosta tra le tante, penalizzando un servizio che per sua natura è gratuito, immediatamente accessibile e, aspetto non secondario, fondamentale in situazioni di emergenza o di crisi quando le reti dati potrebbero essere congestionate o fuori uso -3-7-8.
La tecno-industria e il rischio di un'informazione mediata
Antonio Marano, presidente di Confindustria Radio Televisioni, intervenuto ai microfoni di RTL 102.5, ha spiegato che il cuore della questione non è una mera difesa di una tecnologia superata, ma la tutela della libertà di scelta del cittadino, che rischia di diventare un semplice fruitore passivo di ciò che gli algoritmi e le piattaforme dominanti decidono di propinargli, con il paradosso che per cambiare stazione, se costretti a usare il telefono, si potrebbe perfino mettere a repentaglio la sicurezza alla guida -5. Il timore, condiviso anche da Alberto Gusmeroli, presidente della commissione Attività produttive della Camera, è che l'evoluzione del settore automotive stia escludendo la radio dai nuovi veicoli, colpendo non solo un comparto che dà lavoro a migliaia di professionisti, ma anche un pilastro del pluralismo informativo e della democrazia, un servizio di interesse generale che da oltre cent'anni accompagna la vita sociale del Paese e che, va ricordato, affonda le sue radici nell'invenzione di un italiano, Guglielmo Marconi -1-3-4.
Non si tratta, peraltro, di un fenomeno limitato alle auto di lusso o a pochi modelli di nicchia: la tendenza, osservata da più parti, è quella di offrire allestimenti base completamente sprovvisti di autoradio, con la motivazione di contenere i prezzi, oppure di integrare ricevitori radio in menu complessi e poco intuitivi, rendendone di fatto difficoltosa la fruizione -2-8. L'Agcom, attraverso le parole del commissario Massimiliano Capitanio, aveva già messo in guardia su questo scenario, definendolo un pericolo per la tenuta del sistema dell'informazione e sollecitando un intervento normativo che imponga ai costruttori di installare la radio, sia analogica che digitale DAB+, su tutti i nuovi veicoli immessi sul mercato, proprio per garantire quel presidio di certezza e quel backup infrastrutturale che le frequenze tradizionali continuano a rappresentare anche di fronte all'avanzata inarrestabile dello streaming e della connettività permanente -6-9.
Il paradosso dell'auto connessa e la questione delle frequenze
Se da un lato i costruttori spingono per un'esperienza di bordo sempre più integrata e digitale, dove ogni funzione è mediata da un display e spesso subordinata alla presenza di uno smartphone, dall'altro lato la stessa evoluzione tecnologica della radio, con il passaggio al DAB+, garantirebbe una qualità audio superiore e l'assenza di interferenze, caratteristiche che mal si conciliano con l'idea di un mezzo obsoleto da relegare in soffitta -3-8. La questione, inoltre, si infittisce a causa di potenziali conflitti legati all'uso dello spettro radioelettrico e alle interferenze frequenziali tra l'Italia e altri Stati, un groviglio normativo che potrebbe ulteriormente complicare la vita della radio tradizionale se le istituzioni non dovessero intervenire con decisione per tutelare un servizio che, a tutti gli effetti, è considerato di pubblica utilità per la sua capillarità e resilienza -8. La campagna #RadioInAuto, con i suoi spot radiofonici e la sua azione di pressing politico, punta quindi a ottenere una chiara presa di posizione da parte del governo e del Parlamento affinché si dia un seguito concreto alla segnalazione dell'Agcom, magari riprendendo il disegno di legge del Mimit che la Commissione Ue aveva recentemente frenato, chiedendo motivazioni più approfondite -8.
Ciò che emerge con chiarezza è che la posta in gioco è alta: non si tratta semplicemente di preservare un'abitudine o di difendere un settore industriale, per quanto importante, ma di decidere se l'auto del futuro, sempre più simile a un hub digitale su ruote, sarà un ambiente aperto e pluralista dove l'accesso all'informazione è garantito a tutti in modo immediato e gratuito, oppure uno spazio chiuso e commerciale, governato da poche piattaforme e accessibile solo attraverso abbonamenti e connessioni dati, con il concreto rischio di creare una discriminazione digitale per chi non può o non vuole sottostare a queste logiche -4-9. La risposta delle istituzioni a questo allarme lanciato dagli editori radiofonici, in un momento storico in cui la figura del presidente degli Stati Uniti è tornata a essere quella di Donald Trump con tutto ciò che comporta in termini di rapporti geopolitici e regolamentazioni tecnologiche, sarà decisiva per il futuro di un mezzo che ha fatto la storia della comunicazione e che ancora oggi sa parlare al cuore e alla mente di milioni di cittadini, specialmente quando sono in viaggio.




