La Svizzera dice no al tetto di 10 milioni, referendum caro e divisivo bocciato dalle urne
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Redazione Esteri
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BERLINO. Il responso delle urne elvetiche è stato netto, sebbene non plebiscitario, e ha spazzato via l’ipotesi di un limite invalicabile alla crescita demografica.
La proposta di modificare la Costituzione per impedire che la popolazione residente superasse la soglia dei 10 milioni di abitanti entro il 2050 – un’iniziativa senza precedenti a livello globale promossa dall’Unione democratica di centro (Udc) – è stata infatti bocciata domenica con una percentuale del 54,8% di voti contrari contro il 45,2% di favorevoli, un margine che ha confermato il trend degli ultimi sondaggi i quali, alla vigilia del voto, indicavano un vantaggio per il fronte del "no" fermo al 52%.
L’affluenza, attestatasi sul 58,9%, ha superato di gran lunga la media registrata nelle precedenti consultazioni federali (solitamente ferma al 48%), un dato che testimonia come la posta in gioco – ovvero il futuro dell’accordo sulla libera circolazione con l’Unione europea e le politiche di asilo – abbia mobilitato l’elettorato ben oltre i confini delle singole appartenenze partitiche.
L’esito, sebbene rappresenti una sconfitta per il principale partito di destra, ha però messo in luce una frattura profonda che attraversa il Paese, quella tra aree urbane e cantoni rurali, tra la Svizzera francese e quella tedesca, con il Ticino che ha offerto un quadro a dir poco contraddittorio. Se a livello federale l’iniziativa è affondata, a Bellinzona si è registrata una vittoria di misura del "sì" (6.621 voti contro 6.589), mentre a Lugano hanno prevalso i "no" (8.703 contro 8.
150), un andamento altalenante che riflette l’incertezza che ha caratterizzato l’intera campagna referendaria. Più netta, e foriera di analisi future, è la spaccatura geografica: i contrari hanno dominato a Basilea Città (73,5%) e nei cantoni romandi come Neuchâtel, Ginevra e Vaud, dove il rifiuto ha superato il 64%; al contrario, la proposta è stata accolta in diversi cantoni della Svizzera centrale e orientale, da Appenzello Interno (65,9% di sì) a Svitto e Uri, dando forma al cosiddetto "Röstigraben".
Una campagna da record e la resa dei conti in Ticino
Quella appena conclusasi non è stata una semplice votazione, bensì il referendum più costoso della storia elvetica, un dato non trascurabile che ha visto i due schieramenti bruciare complessivamente oltre 15 milioni di franchi in una competizione definita "clou dell’anno".
La posta in denaro, per la precisione, era speculare all’importanza delle conseguenze: se approvato, il meccanismo avrebbe imposto al Consiglio federale l’adozione di misure restrittive su ricongiungimenti familiari e asilo già al raggiungimento dei 9,5 milioni di residenti, per culminare, in ultima istanza, nella denuncia dell’accordo sulla libera circolazione con Bruxelles, un’eventualità che gli oppositori hanno definito una ricetta per il "caos" economico.
Proprio in questo frangione politico così acceso emerge l’analisi a caldo del consigliere agli Stati democentrista Marco Chiesa, il quale, commentando l’esito nella sua regione, ha dovuto ammettere una sconfitta interna al proprio partito: «Non siamo stati in grado di mobilitare» ha dichiarato, riconoscendo che in Ticino «avremmo potuto e dovuto fare molto di più».
A far pendere l’ago della bilancia verso il rifiuto non è stata solo la macchina organizzativa del fronte trasversale che comprendeva Consiglio federale, Parlamento, sindacati e ambienti economici, ma anche la mobilitazione della cosiddetta "Quinta Svizzera", ovvero i cittadini residenti all’estero, i quali hanno manifestato un netto rigore verso il protezionismo demografico dell’Udc temendo ripercussioni sulla propria mobilità.
Questo asse, che ha unito la sinistra a una parte consistente della destra liberale e al mondo imprenditoriale, è riuscito a prevalere nonostante la tensione sociale legata ai timori diffusi per l’aumento degli affitti, la saturazione dei trasporti e la pressione sulle infrastrutture – problemi reali che i promotori dell’iniziativa ave saputo abilmente cavalcare per raccogliere le 100mila firme necessarie a indire il voto.
Un verdetto che non cancella le paure
Nonostante il verdetto delle urne abbia scongiurato la rottura con l’Unione europea – un esito accolto con sollievo dagli ambienti economici, a partire dall’organizzazione padronale economiesuisse – il dato politico più rilevante rimane la resilienza del tema migratorio come fattore di mobilitazione elettorale.
Con oltre 9,1 milioni di residenti attuali e una crescita che, secondo le proiezioni, porterà il Paese a toccare i 10 milioni già nei primi anni Quaranta del secolo, la pressione sull’asse abitativo e sociale è destinata a restare alta, e se il "tetto" è stato rimosso, la domanda di una regolazione più severa dei flussi rimane incubata nel corpo elettorale.
La delusione della base rurale e di alcuni lembi del Ticino non è un fenomeno marginale, ma il segnale che una parte cospicua della Confederazione (il 45% dei votanti e 12 cantoni su 26) chiede comunque un cambio di passo rispetto alla gestione dell’accoglienza e dei ricongiungimenti.
Le prime proiezioni, che avevano inizialmente pronosticato un testa a testa, hanno lasciato spazio a un risultato chiaro ma non schiacciante: la maggioranza degli svizzeri ha scelto la stabilità economica e la cooperazione transfrontaliera, rifiutando quella che molti hanno etichettato come "politica del capro espiatorio", senza però offrire soluzioni immediate alla crisi abitativa o alla saturazione delle infrastrutture che avevano alimentato la petizione di partenza.
In attesa che il governo sciolga le riserve e proponga misure alternative per rispondere alle ansie della base territoriale che aveva sostenuto l’iniziativa, una certezza emerge da questo voto: in Svizzera, a differenza di quanto accade in altre democrazie occidentali, il freno all’immigrazione via iniziativa popolare resta un’opzione concretissima, pronta a essere riproposta ogni qualvolta le liste per la raccolta firme si riempiranno nuovamente.




