Il docufilm su Cocciante e la figura di Catherine Boutet, moglie e manager da cinquant'anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Questa sera, mercoledì 4 marzo, Rai 1 dedica la prima serata a Riccardo Cocciante con un docufilm dal Titolo “Il mio nome è Riccardo Cocciante”, un ritratto autorizzato che ripercorre – attraverso materiali d’archivio inediti, contributi realizzati con l’intelligenza artificiale e le testimonianze di vari colleghi – le tappe di una carriera lunga ormai cinque decenni. Il maestro, che lo scorso 20 febbraio ha compiuto ottant’anni, approfitta di questa vetrina televisiva, disponibile dal 5 marzo anche su RaiPlay, per riannodare i fili di un’esistenza che, al di là del successo, si è sempre svolta lontana dai riflettori, nel più rigoroso riserbo. E tra le poche certezze che emergono da questa riservatezza, una su tutte è la presenza costante di Catherine Boutet, la donna che ne ha condiviso non solo la vita privata ma anche – e soprattutto – le sorti professionali, tanto da essere definita dallo stesso artista “la vestale della mia poetica”.

Un incontro fortuito a Roma e la rinuncia a una carriera da attrice

Il loro primo incrocio risale al 1971, quando Boutet, all’epoca attrice francese di passaggio a Roma per salutare una sorella prima di partire per New York, venne invitata ad ascoltare un giovane e sconosciuto Cocciante. Quella che doveva essere una cortesia si trasformò in un colpo di fulmine professionale e sentimentale. Catherine, come ha più volte raccontato il cantautore, intuì immediatamente il talento di quel ragazzo chiuso e timido, e decise in poche ore di stravolgere i propri piani: niente trasferta americana, niente scuola di recitazione a New York, ma la permanenza a Roma per lavorare con lui. Da quel momento, i due non si sono più separati, dapprima come soci in affari – fu lei, forte della sua esperienza nel settore discografico parigino, a guidarlo verso il primo contratto – e poi, dal 1983, come marito e moglie.

Dal primo contratto al trionfo di Notre Dame de Paris

Il sodalizio con Boutet, diventata sua manager a tutti gli effetti, non si è limitato alla cura degli aspetti organizzativi o tecnici, ma ha spesso inciso in maniera determinante sulle scelte artistiche più importanti. Cocciante non ha mai nascosto, ad esempio, che fu proprio la moglie a spingerlo ad accettare la sfida di “Notre Dame de Paris”, un progetto ambizioso e in larga parte osteggiato dall’industria musicale dell’epoca. Lei, come lui stesso ha avuto modo di spiegare, è la sua prima ascoltatrice, la consigliera più severa, colei che giudica ogni nuovo brano ancor prima che venga affidato alla produzione. Nel 2022 la coppia ha celebrato cinquant’anni di lavoro congiunto, mezzo secolo in cui Catherine ha messo la propria carriera da attrice definitivamente in secondo piano, senza mai – a detta del marito – recriminare nulla.

David, il figlio che ha scelto un’altra strada

Dal matrimonio, nel settembre del 1990, è nato l’unico figlio della coppia, David. Cresciuto a Dublino, dove i genitori si sono trasferiti oltre vent’anni fa, il ragazzo – che oggi ha trentasei anni – ha deliberatamente evitato di seguire le orme del padre nel mondo della musica leggera. Vive e lavora a New York come grafico e designer, occupandosi peraltro di arti visive applicate al settore musicale, ma senza cercare la ribalta. Cocciante, in una delle rare interviste in cui ha parlato di lui, ha lasciato intendere che quella di David sia stata quasi una liberazione: una scelta consapevole di autonomia per sottrarsi al peso di un cognome ingombrante e alle “frustrazioni” che spesso colpiscono i figli d’arte. Non ci sono dettagli pubblici sulla sua vita privata, se non che risulta sposato con una donna di nome Amanda Schram.

Una dedica speciale dal Cile e la verità su Margherita

La ritrosia della coppia a esporsi ha reso ancora più celebri alcuni rari gesti pubblici d’affetto, come quello andato in scena nel 1979 al Festival di Vina del Mar in Cile. Allora, seduto al pianoforte, Cocciante indicò Catherine in prima fila e dedicò a “mia moglie” – sebbene non lo fosse ancora – il brano “Margherita”, mandandole un bacio. Un aneddoto che ha alimentato per decenni la leggenda secondo cui proprio Boutet fosse la musa ispiratrice di quella canzone, ipotesi smentita però dallo stesso autore, il quale ha chiarito che il testo venne scritto da Marco Luberti sulla base di un sogno e che il titolo, inizialmente poco gradito, nulla aveva a che fare con la sua compagna. Resta, piuttosto, l’eccezione di “Vivi la tua vita”, scritta con Mogol per il figlio appena nato, come uno dei rarissimi casi in cui Cocciante ha abbandonato l’allegoria per un messaggio diretto e personale.

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