Alex Cotoia, la Cassazione conferma: fu legittima difesa quando uccise il padre
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Redazione Interno
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La Corte di Cassazione ha posto il sigillo definitivo su una delle vicende giudiziarie più complesse e sofferte degli ultimi anni, dichiarando inammissibile il ricorso della Procura generale e rendendo così irrevocabile l'assoluzione di Alex Cotoia. Il giovane, che all'epoca dei fatti portava il cognome del padre ed aveva appena compiuto diciotto anni, nell'aprile del 2020 colpì a morte il genitore con numerose coltellate, un gesto estremo che i giudici di legittimità, confermando la sentenza d'appello, hanno ora definitivamente qualificato come atto di difesa personale e della madre. L'episodio, consumatosi tra le mura domestiche di un'abitazione a Collegno, nell'hinterland torinese, durante l'ennesima lite familiare, aveva inizialmente condotto a una condanna in primo grado, un verdetto che non aveva però tenuto conto, secondo quanto poi stabilito dai gradi successivi di giudizio, della reale dinamica e della situazione di pericolo immediato.
Un percorso giudiziario travagliato
Il cammino verso l'assoluzione definitiva è stato, per Alex, lungo e accidentato. Dopo una prima condanna a sei anni e due mesi di reclusione emessa in Corte d'Assise d'Appello, la svolta è arrivata con l'intervento della Cassazione, la quale ha annullato quella sentenza rimandando le parti a un nuovo giudizio. È stato in questo secondo esame in appello che la Corte d'Assise di Torino ha completamente ribaltato l'impostazione processuale, riconoscendo nel comportamento del ragazzo tutti gli estremi della legittima difesa. I giudici, nel motivare la decisione, hanno sottolineato come Alex non agì spinto da "odio, frustrazione o rabbia", ma interruppe la sua azione non appena si rese conto che l'uomo era ormai inerme e non rappresentava più una minaccia concreta. Una ricostruzione, questa, che ha infine convinto anche i giudici della Suprema Corte, i quali, respingendo l'ultimo ricorso dell'accusa, hanno scritto la parola fine sulla questione.
La nuova vita con il cognome materno
Oltre alla battaglia legale, un altro aspetto significativo della storia di Alex è stato il distacco simbolico dalla figura paterna, un percorso interiore che si è concretizzato tre anni fa con la richiesta formale di cambiare il proprio cognome. Abbandonando quello del padre, il giovane ha scelto di assumere il cognome della madre, Cotoia, segnando una discontinuità pubblica con un passato segnato dalla violenza domestica. Questo cambiamento anagrafico rappresenta un tassello importante nel suo personale processo di ricostruzione identitaria, un modo per riconnettersi con la parte della famiglia che, in quel tragico frangente, ha cercato di proteggere.
Il futuro che riparte dal Nordest
La chiusura definitiva del caso giudiziario ha finalmente permesso ad Alex di proiettarsi verso il futuro, libero dal peso di un possibile ritorno in carcere. La sua rinascita personale e professionale sta avvenendo lontano dai luoghi che ricordano il dramma, nel Trevisino, dove ha trovato non solo un'occupazione ma anche un sostegno concreto. Un imprenditore di Spresiano, infatti, gli è stato accanto in maniera costante, offrendogli un'opportunità lavorativa e un ambiente sereno in cui ricominciare. Le sue prime parole dopo l'annuncio della sentenza definitiva, "Finalmente è finita. Sono felice. La mia vita adesso può ricominciare", racchiudono il senso di un liberatione attesa per anni, un nuovo inizio reso possibile da una verità giudiziaria che ha riconosciuto la sua sofferenza e le circostanze eccezionali in cui fu costretto a agire.




