Filosa attacca: “L’Italia non è competitiva, serve una sterzata”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il grido d'allarme di Antonio Filosa, che guida Stellantis, non ammette ambiguità: l'industria italiana, con le sue filiere, naviga in acque pericolosamente agitate a causa di una competitività che si sta erodendo giorno dopo giorno. Parlando all'assemblea dell'Anfia, l'amministratore delegato ha dipinto un quadro dove il costo dell'energia, sempre più proibitivo, e quello del lavoro, non allineato ai principali competitor continentali, si intrecciano con le fragilità strutturali della catena di fornitura, creando un divario che alcuni Paesi europei, più agili o protetti, hanno invece saputo colmare. Un gap che, se non affrontato con celerità, rischia di dirottare investimenti e produzioni altrove, seguendo quella logica ferrea della convenienza che governa le scelte industriali globali. Filosa, del resto, parla da un osservatorio privilegiato, quello di un colosso nato da eccellenze storiche come l'Alfa Romeo e proiettato verso nuovi orizzonti, che vede nel calo delle vendite del settore – da 20 milioni di unità nel 2019 alle stimate 17 del 2024 – non solo una crisi congiunturale ma un sintomo di squilibri più profondi.

La doppia sfida: Bruxelles e Roma

Il cuore della questione, secondo l'ad, batte su un doppio livello, europeo e nazionale, entrambi ugualmente decisivi. In attesa dell’aggiornamento della regolamentazione Ue per il settore auto, atteso per il 16 dicembre, Filosa invoca con forza una pausa di riflessione, un “buon senso” che riveda obiettivi di riduzione delle emissioni giudicati poco realistici rispetto ai tempi industriali. Guarda, non a caso, all'allineamento politico emerso tra Francia e Germania su queste tematiche, segno di un malessere condiviso tra molti stakeholder. Ma il monito più diretto è per l'Italia: “Mentre aspettiamo le misure europee, è fondamentale salvaguardare la produzione nazionale”, ha dichiarato, sottolineando come il Paese non possa permettersi di stare a guardare. Servono, dunque, azioni strategiche mirate, interventi rapidi che possano riequilibrare i conti delle imprese, soprattutto delle piccole e medie che formano l'indispensabile tessuto della filiera.

Il modello oltreoceano e la partita del Green Deal

Nel suo intervento, Filosa ha anche indicato un termine di paragone lontano, ma ritenuto emblematico: gli Stati Uniti, dove l'amministrazione del presidente Trump sta portando avanti politiche industriali aggressive a sostegno della manifattura. Quel modello, con tutti i suoi distinguo, viene evocato come esempio di una spinta competitiva che in Europa, e in Italia in particolare, sembra invece affievolirsi. La transizione ecologica, incarnata dal Green Deal, non viene messa in discussione nella sua direzione di marcia, ma ne viene criticata l’implementazione pratica, che rischia di soffocare la capacità produttiva se non intelligentemente correlata agli obiettivi industriali. La sfida, quindi, non è tra ambiente e industria, ma nel trovare un equilibrio sostenibile anche per l'occupazione e la tenuta del sistema-paese.

Una chiamata alle armi per la filiera

Il messaggio lanciato dall'assemblea Anfia va dunque oltre il semplice allarme, configurandosi come una chiamata alle armi per l'intero comparto. Le parole di Filosa, che delinea un futuro a due velocità per l'Europa dell'auto, suonano come un invito a non perdere ulteriore terreno. Senza interventi decisi sui fronti chiave dell'energia e del lavoro, la produzione nazionale potrebbe trovarsi in uno stato di permanente svantaggio, con conseguenze che è facile immaginare per un settore che è ancora colonna portante dell'economia. La posta in gioco, come evidenziato, è il futuro stesso dell'intera filiera italiana, che ha bisogno di regole chiare e di un campo di giogo livellato per continuare a innovare e competere in uno scenario globale in costante, tumultuosa evoluzione.

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