Ketziot, il carcere più duro d'Israele raccontato da chi lo ha vissuto: "È un campo di tortura"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   "Ketziot? Non servono i coccodrilli, è già un campo di tortura così com'è". A dirlo, anzi a raccontarlo, è Francesco Nava, 31 anni, attivista pro Gaza che lo scorso maggio, insieme a molti altri membri della Global Sumud Flotilla, era stato arrestato e condotto proprio nel carcere di Ketziot, in Israele, considerato il più grande e rigido centro di detenzione del Paese. La sua testimonianza giunge in un momento di particolare tensione, mentre l'attenzione internazionale si concentra sulle condizioni di detenzione dei palestinesi e sulle misure di sicurezza adottate dallo Stato ebraico.

La vicenda che ha riportato all'attenzione mediatica questa struttura, situata nel deserto del Negev, è la proposta, poi bloccata, di introdurre coccodrilli del Nilo per scoraggiare le evasioni, un'idea che ha scatenato un acceso dibattito politico e legale.

La testimonianza dell'attivista: un sistema di privazioni e violenze

Francesco Nava, rientrato in Italia dopo un periodo di detenzione che lui stesso ha definito traumatico, ha descritto un regime carcerario improntato alla massima severità, dove le condizioni igieniche e di vita rasentano l'indicibile. "I detenuti palestinesi, che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione carceraria, sono sottoposti a un trattamento che definire disumano è poco", ha raccontato in un'intervista rilasciata a diverse testate, descrivendo una realtà fatta di sovraffollamento, isolamento prolungato e una sistematica umiliazione della dignità umana.

L'attivista ha sottolineato come la struttura, concepita per ospitare migliaia di detenuti, sia diventata un simbolo della politica di sicurezza israeliana, dove le procedure di controllo sono estremamente rigide e le visite dei familiari, quasi sempre negate o fortemente limitate, rappresentano una sofferenza aggiuntiva per chi è rinchiuso. Nava ha parlato di un ambiente in cui la violenza psicologica e fisica è all'ordine del giorno, confermando quanto denunciato da numerose organizzazioni per i diritti umani che da anni monitorano la situazione all'interno delle carceri israeliane.

Il progetto dei coccodrilli e l'intervento del tribunale

Proprio in questo contesto di estrema durezza si inseriva la proposta del ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, che a dicembre scorso aveva avanzato l'idea di realizzare un fossato popolato da coccodrilli del Nilo attorno ad alcuni reparti del carcere di Ketziot, dove sono rinchiusi detenuti palestinesi e presunti membri di Hamas. L'obiettivo dichiarato era quello di "rafforzare la deterrenza" e "scoraggiare possibili evasioni", trasformando la struttura in una sorta di fortezza inespugnabile.

Il progetto, tuttavia, ha incontrato immediatamente l'opposizione di associazioni animaliste e di settori dell'opinione pubblica, che hanno denunciato la crudeltà intrinseca dell'iniziativa e i pericoli per la sicurezza che essa stessa avrebbe potuto rappresentare. A metà luglio, il ministro per la Protezione dell'ambiente, Idit Silman, aveva dato il suo benestare alla proposta, classificando i rettili fra le specie allevabili in cattività, ma il nulla osta è stato di breve durata.

Il Tribunale distrettuale di Gerusalemme, accogliendo il ricorso presentato da un'organizzazione per la protezione degli animali, ha emesso un'ingiunzione provvisoria congelando la costruzione delle strutture destinate ad accogliere i coccodrilli. Il giudice Avraham Rubin, che ha esaminato il caso, ha sospeso il piano del ministro Ben Gvir, bloccando di fatto il progetto ideato per il penitenziario nel sud di Israele.

La decisione del tribunale rappresenta una battuta d'arresto significativa per il ministro dell'estrema destra, che aveva fatto della linea dura in materia di sicurezza uno dei suoi cavalli di battaglia politici. La sospensione del progetto, sebbene provvisoria, ha suscitato un forte sollievo tra gli attivisti per i diritti umani e gli animalisti, che avevano definito l'iniziativa "barbara" e "contraria a ogni principio di civiltà".

Le dinamiche politiche e legali di una proposta controversa

La vicenda dei coccodrilli a Ketziot si inserisce in un quadro politico complesso, dove le iniziative del ministro Ben Gvir sono spesso al centro di aspre polemiche e di verifiche giudiziarie. L'esponente di estrema destra, noto per le sue posizioni radicali, ha più volte spinto per l'adozione di misure di sicurezza sempre più severe nei confronti dei detenuti palestinesi, provocando scontri con la magistratura e con le stesse forze di sicurezza israeliane, che talvolta hanno espresso perplessità sull'efficacia e l'opportunità delle sue proposte.

La richiesta di utilizzare animali vivi come strumento di deterrenza ha sollevato non solo questioni etiche, ma anche dubbi concreti sulla fattibilità e sui rischi per la sicurezza interna della struttura: la presenza di coccodrilli, infatti, avrebbe potuto rappresentare un pericolo non solo per i detenuti in caso di tentata fuga, ma anche per gli stessi agenti penitenziari e per eventuali soccorritori.

L'ingiunzione del tribunale di Gerusalemme, che ha accolto le ragioni dell'organizzazione animalista, pone ora un freno alle intenzioni del ministro, che dovrà probabilmente rivedere i suoi piani o attendere una decisione definitiva sulla legittimità di un impiego così atipico di animali selvatici.

La vicenda, intanto, ha riacceso i riflettori sulle condizioni del carcere di Ketziot, descritto da Francesco Nava come un luogo di sofferenza indicibile, dove la presenza di fossati popolati da rettili sarebbe stata, secondo la sua testimonianza, soltanto "l'ultimo, grottesco tassello di un sistema carcerario che già di per sé costituisce una tortura".

Le associazioni per i diritti umani, da parte loro, continuano a chiedere un'indagine approfondita sulle condizioni di detenzione e sulla proporzionalità delle misure adottate dallo Stato israeliano, mentre il dibattito politico si fa sempre più serrato in vista delle prossime scadenze giudiziarie.

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