Milano, assolti tutti per Torre Milano: Sala parla di violenza verbale dei pm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda giudiziaria che ha coinvolto il comune capoluogo lombardo per il complesso residenziale di via Stresa, noto come Torre Milano, si è conclusa con un verdetto che non lascia spazio a interpretazioni ambigue. Il tribunale di Milano, pronunciandosi sulle accuse di abusi edilizi e lottizzazione abusiva, ha emesso una sentenza di assoluzione piena che ha travolto ogni imputato, architetti, costruttori, dirigenti e funzionari pubblici, tra i quali figurava anche il primo cittadino Giuseppe Sala.

La formula con cui è stata dichiarata l'estinzione del reato, "perché il caso non sussiste", ha di fatto spazzato via un'impostazione accusatoria che, per anni, aveva gettato un'ombra pesante sull'operato dell'amministrazione civica e sui privati che avevano creduto nel progetto di riqualificazione urbana.

A raccogliere l'eco del verdetto è stata la voce di Federico Papa, legale di Carlo Rusconi, uno degli otto costruttori coinvolti, il quale non ha nascosto un certo trasporto emotivo nel definire la giornata come la fine di un'ingiustizia subita.

"Ci siamo tolti un grande peso", ha dichiarato l'avvocato, manifestando quella che appare come una liberazione da un'accusa ritenuta infondata fin dal suo sorgere; le sue parole, cariche di sollievo, hanno trovato un contraltare più misurato ma non meno significativo nelle dichiarazioni del sindaco Sala, il quale ha voluto distinguere tra la soddisfazione per l'esito processuale e l'amarezza per le modalità con cui la vicenda è stata portata avanti.

La doppia lettura di Sala tra sentenza e metodo inquirente

Intervenendo a caldo sul verdetto, il sindaco Giuseppe Sala ha offerto una chiave di lettura che va oltre la mera cronaca giudiziaria, soffermandosi piuttosto sul metodo adottato dalla pubblica accusa. "Siamo soddisfatti, è chiaro che c'è anche tanta amarezza", ha esordito, per poi aggiungere un'analisi che punta il dito contro l'approccio utilizzato nei suoi confronti e in quelli degli altri indagati.

Quella che lo ha maggiormente colpito, e che ora riemerge con forza dopo l'assoluzione, è stata la "violenza verbale" che i magistrati inquirenti avrebbero dispiegato nel sostenere le loro tesi, una modalità che, a suo avviso, avrebbe travalicato i confini di un legittimo esercizio dell'azione penale.

Non si è trattato, secondo il racconto del primo cittadino, di un semplice scambio dialettico tra difesa e accusa, bensì di un continuo ricorso ad aggettivazioni pesanti e a una retorica tesa a delegittimare le scelte amministrative, quasi come se vi fosse la necessità di corroborare teorie deboli con un surplus di indignazione lessicale.

"Un continuo uso di aggettivi, una continua necessità di corroborare le loro tesi con parole tese a screditare la nostra azione", ha ribadito Sala, lasciando intendere come, a suo parere, una parte della magistratura abbia finito per imprimere al proprio lavoro una connotazione politica, un cortocircuito istituzionale che rischia di minare il rapporto di fiducia tra cittadini e palazzi di giustizia.

Le reazioni della difesa e il sollievo per il peso dell'ingiustizia

Se il sindaco ha scelto di privilegiare il piano politico-istituzionale per commentare la pronuncia, il fronte dei difensori e degli imputati privati ha invece esternato un sentimento più intimo e personale, legato allo stress di un procedimento che ha segnato anni di carriera e di vita. La voce dell'avvocato Federico Papa, che ha seguito le sorti di uno dei costruttori finiti sotto la lente d'ingrandimento della procura, ha rappresentato il termometro di un'ansia collettiva che si scioglie improvvisamente.

L'emozione trattenuta a fatica trapela dalle sue dichiarazioni, quando parla di un peso enorme che finalmente viene rimosso, quello di un'ingiustizia che, sebbene scongiurata dal giudizio finale, aveva comunque intaccato la reputazione e la serenità di chi si è visto costretto a difendersi in un'aula di tribunale.

Il legale ha colto l'occasione per sottolineare come l'assoluzione piena rappresenti, per i suoi assistiti, non solo un ritorno alla normalità giuridica ma anche il ripristino di una verità fattuale che era stata messa in discussione da un'impostazione investigativa, a suo dire, eccessivamente assertiva.

L'architettura della sentenza, che ha scagionato tutti gli imputati senza eccezioni, ha di fatto certificato la correttezza delle procedure edilizie seguite per la riqualificazione di via Stresa, un progetto che aveva suscitato non poche polemiche in sede politica ma che, agli occhi della magistratura giudicante, non presentava quelle crepe giuridiche tali da configurare un reato.

L'ombra del metodo inquirente e le implicazioni per la politica milanese

Al di là del risultato formale rappresentato dall'assoluzione, ciò che traspare dalle parole del sindaco Sala è una riflessione più ampia sullo stato di salute del sistema giudiziario e sul suo rapporto con la politica locale. L'accusa di aver utilizzato una "violenza verbale" per sostenere le proprie tesi non è un dettaglio trascurabile, poiché introduce il sospetto che, in alcuni casi, la ricerca della notizia di reato possa scivolare in una narrazione che antepone la spettacolarizzazione dell'accusa alla ricerca imparziale del vero.

La scelta di Sala di evidenziare questo aspetto, piuttosto che gioire compiutamente per la propria assoluzione, appare come un tentativo di mettere in guardia l'opinione pubblica su derive che, se non contrastate, rischiano di trasformare il contraddittorio processuale in un boomerang per l'intera comunità civile.

Il verdetto su Torre Milano, quindi, chiude un capitolo giudiziario ma ne apre uno squisitamente politico, legato alla credibilità delle inchieste che hanno riguardato il capoluogo meneghino. Per gli otto assolti, tra cui figurano nomi noti dell'imprenditoria e della progettazione architettonica, la sentenza rappresenta un punto fermo da cui ripartire, mentre per l'amministrazione guidata da Sala si profila la necessità di ricucire uno strappo con quelle parti della magistratura che, nelle more del procedimento, avevano mostrato un volto particolarmente duro.

Resta sullo sfondo, ma ben presente nelle dichiarazioni del primo cittadino, la sensazione che l'utilizzo di un lessico particolarmente aggressivo in sede di requisitoria abbia finito per alimentare un clima di sospetto generalizzato, dal quale ora, grazie alla pronuncia del tribunale, ci si può finalmente affrancare.

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