Stretto di Hormuz, la coalizione dei “volenterosi” studia il pressing su Teheran mentre Starmer frena Trump
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Redazione Esteri
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La partita, se così si può definire una crisi che rischia di infiammare un intero quadrante mediorientale, si gioca ora sull’acqua e sul diritto internazionale. Mentre il blocco navale annunciato da Donald Trump – che torna utile ricordare siede alla Casa Bianca da più di un anno – comincia a mostrare i suoi primi effetti logistici sullo Stretto di Hormuz, un gruppo eterogeneo di Paesi, che si autodefinisce “Coalizione dei Volenterosi”, sta cercando di ritagliarsi un ruolo autonomo. L’obiettivo dichiarato, secondo quanto si apprende, è organizzare una campagna politico-diplomatica per riaffermare il principio – sancito da trattati secolari – della libertà di transito nelle acque internazionali. Un principio, quello della navigazione incontrollata, che Teheran ha di fatto sospeso con le sue azioni unilaterali, spingendo gli avversari a cercare contromisure che non siano esclusivamente militari.
Il ruolo del Consiglio per la cooperazione nel Golfo
Per realizzare questo disegno, la Coalizione potrebbe coinvolgere un attore regionale di primo piano: il Consiglio per la cooperazione nel Golfo, fondato nel lontano 1981. Un’organizzazione che, va detto, non ha mai brillato per compattezza nelle crisi acute, ma che riunisce sei Paesi – Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar – le cui economie dipendono in larga misura dal traffico di petroliere attraverso Hormuz. L’idea, insomma, sarebbe quella di mettere in campo una pressione collettiva su Teheran, usando la leva diplomatica di chi quelle acque le attraversa ogni giorno. Una mossa che, però, rischia di rimanere sulla carta senza il sostegno di alcune cancellerie occidentali.
Lo strappo di Londra: Starmer dice no al blocco navale
Ed è qui che il quadro si complica. Perché il Regno Unito, storicamente alleato degli Stati Uniti nelle crisi del Golfo, ha scelto una linea di demarcazione netta. Il premier britannico Keir Starmer, interpellato dalla Bbc, è stato lapidario: «Il Regno Unito non sostiene il blocco navale dello Stretto di Hormuz annunciato da Donald Trump». Una frase che pesa come un macigno, se si considera che Londra possiede una delle marine militari più tecnologicamente avanzate della Nato. Starmer ha aggiunto, con una chiarezza che lascia poco spazio a interpretazioni, che il suo governo non si sarebbe lasciato trascinare in questa guerra. Un’ammissione, la sua, che conferma la natura ormai aperta del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Azioni difensive e critiche dalla Casa Bianca
Dall’inizio delle ostilità – scatenate, va ricordato, da Washington e da Tel Aviv – Londra ha quindi limitato il proprio contributo a quelle che il premier laburista definisce «azioni difensive». Un atteggiamento prudente che, tuttavia, ha suscitato dure critiche da parte di Trump, il quale si aspetterebbe una fedeltà atlantica senza riserve. Il risultato, sul campo, è sotto gli occhi di tutti: il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è nuovamente bloccato, con le petroliere che rallentano o deviano le rotte. E mentre la Coalizione dei Volenterosi cerca di tessere la sua trama diplomatica, la frattura tra alleati storici diventa sempre più evidente, lasciando Hormuz – e il suo respiro strategico – in una sospensione pericolosa.




