Crisi del latte, l'angoscia dell'allevatore: «O lo regalo o lo butto»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un capodanno amaro, quello vissuto da Renato Fiocchi, allevatore di Zerbolò ed ex sindaco del paese, il quale si è trovato a dover gestire una situazione paradossale e drammatica: dal primo gennaio, il latte delle sue 340 mucche, ben 27 quintali prodotti ogni singolo giorno, rischia concretamente di non trovare uno sbocco commerciale e di finire sprecato. La causa di questo improvviso, doloroso stallo è da ricercarsi nella decisione, annunciata già lo scorso ottobre, del caseificio che era il suo principale cliente di recedere dal contratto, motivando la scelta con un "esubero" di prodotto che non riesce più ad assorbire. Una disdetta che, come un macigno, ha schiacciato le prospettive di un'intera azienda, trasformando il frutto di un lavoro quotidiano in un potenziale rifiuto.

Il prezzo minimo e lo spiraglio rimasto chiuso

Proprio nelle settimane precedenti, infatti, sembrava potesse aprirsi uno spiraglio di razionalità e tutela per un comparto da tempo sotto pressione. Attorno al tavolo convocato dal ministero dell’Agricoltura, la filiera lattiero-casearia aveva raggiunto un accordo, seppur temporaneo, fissando un prezzo minimo per il latte crudo destinato agli allevatori: 54 centesimi al litro per il mese di gennaio, 53 per febbraio e 52 a marzo. Un patto che, nelle intenzioni, doveva riportare un barlume di serenità e prevedibilità economica, stabilendo un valore di base sotto il quale non si poteva scendere. Quell'accordo, però, non è stato sufficiente a risolvere le criticità profonde e sistemiche che attanagliano il settore, lasciando scoperti proprio quegli allevatori, come Fiocchi, i cui contratti di fornitura vengono unilateralmente interrotti dalle industrie di trasformazione, rendendo di fatto il riferimento al prezzo minimo un'astrazione priva di applicazione concreta.

Una crisi paragonata all'emergenza epidemica

La portata del fenomeno non è affatto isolata o limitata a un singolo caso, ma assume i contorni di un'ondata che sta investendo anche altri territori della penisola. Il direttore di Confagricoltura Pavia, Alberto Lasagna, ha parlato senza mezzi termini di una crisi da gestire al livello di un'emergenza, paragonandone la gravità a quella della peste suina, nell'urgente necessità di contenere una criticità che rischia di diffondersi a macchia d'olio. Alla base di questa tempesta perfetta, secondo le analisi di settore, vi è un incremento incontrollato delle produzioni nazionali, accompagnato da massicce importazioni di latte dall'estero a quotazioni estremamente basse. Questa combinazione di fattori ha spinto la filiera a reagire comprimendo i prezzi alla fonte e, in molti casi, a rescindere unilateralmente i contratti, affossando la già precaria redditività degli allevatori.

La protesta si allarga agli allevatori bufalini

Lo stesso meccanismo perverso, del resto, sta mettendo in ginocchio un'altra eccellenza del Made in Italy, quella della mozzarella di bufala campana. Nella provincia di Caserta, gli allevatori bufalini protestano da settimane contro la riduzione del prezzo del latte imposta dai caseifici, una mossa che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa di centinaia di aziende agricole. I numeri raccontano un declino preoccupante: dove prima operavano 1.050 aziende, oggi se ne contano circa 750, con un ulteriore 20% che, secondo le stime dei diretti interessati, è sull'orlo del fallimento. L'allarme lanciato è chiaro e suona come un monito: se la ricchezza generata dall'intera filiera non verrà redistribuita in maniera più equa, garantendo un compenso dignitoso a chi produce la materia prima, il rischio concreto è la scomparsa progressiva degli allevatori. Una prospettiva che, in un paradosso distopico, potrebbe portare alla produzione di un prodotto simbolo, come la mozzarella, senza avere più a disposizione, o avendone in quantità drasticamente ridotte, l'ingrediente principe che ne definisce l'identità: il latte di bufala.

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