Guerra e caro energia mettono in ginocchio gli artigiani: l’autotrasporto piemontese valuta la sospensione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ennesima scossa, quella che arriva dalle bollette e dal costo del greggio, sta producendo un effetto tangibile sull’ossatura produttiva della regione. Secondo un’indagine condotta dal centro studi di Confartigianato, in Piemonte il 27,3% delle imprese artigiane – un dato che da solo vale quasi un terzo del comparto – sta seriamente valutando una sospensione parziale della propria attività. Una quota tutt’altro che marginale, se si considera che gran parte di questo universo che ragiona sul blocco è rappresentata da aziende dell’autotrasporto, un settore dove il costo del carburante, come viene evidenziato, incide tra il 25 e il 35% dei bilanci. In altre parole, per chi muove merci su gomma, ogni rincaro della materia prima si traduce in una taglio netto sugli utili, quando non in una scelta obbligata di fermare i mezzi.

L’informativa urgente in consiglio regionale e il nodo approvvigionamenti

Il tema dell’energia torna così prepotentemente al centro del dibattito politico-istituzionale piemontese, tra timori per i rincari che non accennano a placarsi e interrogativi sempre più pressanti sulla tenuta degli approvvigionamenti. Su richiesta della consigliera Alice Ravinale (Avs), il consiglio regionale affronterà la questione con un’informativa urgente dell’assessore competente, Matteo Marnati, già fissata per il 28 aprile. La richiesta, ribadita in conferenza dei capigruppo, nasce dalla consapevolezza che gli aumenti delle tariffe energetiche stanno colpendo in modo asimmetrico le piccole imprese, quelle cioè che non hanno la forza contrattuale per rinegoziare i contratti di fornitura né i capitali per investire in autoproduzione.

Lo scenario globale: la chiusura dello stretto di Hormuz e il braccio di ferro Usa-Iran

Non si tratta, va detto, di una crisi meramente locale o congiunturale. L’undicesima puntata di “Cosa succede in città” ha recentemente riassunto un quadro internazionale che appare sempre più cupo: la guerra in Medio Oriente, che prosegue da fine febbraio senza trovare una conclusione, e la chiusura dello stretto di Hormuz – voluta dall’amministrazione Trump – hanno acuito una situazione già di per sé complicata da mesi. La trattativa arenata tra Stati Uniti e Iran, in particolare, rischia di far slittare ulteriormente i tempi per un eventuale sblocco del petrolio, con conseguenze immediate sulle quotazioni. Le tensioni si fanno sentire in Italia più che in altri paesi europei, perché il nostro tessuto industriale è fortemente dipendente dalle importazioni di energia e perché l’inflazione, alimentata da questi costi, cresce mentre la crescita economica rallenta in modo vistoso.

L’allarme di Assocarta: costi del gas fino al +25% e il rischio per export e imballaggi

Il baricentro, a questo punto, si sposta definitivamente. Non è più soltanto una questione di costi industriali o di competitività interna, come dimostra l’allarme lanciato da Assocarta. La crisi energetica, nella lettura dell’associazione che rappresenta i produttori cartari, sta ridisegnando intere filiere e si proietta direttamente sui mercati internazionali, proprio mentre le tensioni in Medio Oriente tornano a pesare sulle rotte e sugli scambi commerciali. «Il rischio energetico – ha avvertito il presidente Lorenzo Poli – è ormai percepito non più come un fattore transitorio, ma come una variabile strutturale di costo». Per il comparto della carta, gli incrementi del gas hanno raggiunto punte del 25%, mettendo a repentaglio non solo la produzione di imballaggi – essenziale per la logistica e l’agroalimentare – ma anche l’export, che rappresenta una fetta decisiva del fatturato. Se il costo dell’energia diventa cronico, avverte il mondo produttivo, molti ordini internazionali rischiano di essere dirottati verso paesi con tariffe più basse o forniture garantite da accordi bilaterali.

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