BdM Banca, la partita si scalda tra cordate e interesse del Tesoro per il recupero dell’esborso

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La partita per la BdM Banca, l’ex Popolare di Bari salvata nel 2020 con un intervento pubblico da 1,6 miliardi, entra nel vivo con nuove mosse sul fronte degli acquirenti e un quadro sempre più competitivo. MCC, controllato dal Tesoro attraverso Invitalia, ha confermato di aver ricevuto “alcune manifestazioni d’interesse” per l’istituto, aprendo ufficialmente la fase di privatizzazione di una banca ormai risanata e tornata appetibile per il mercato. Dopo anni di gestione straordinaria e il ritorno alla redditività, l’attenzione si concentra ora su chi rileverà il polo bancario meridionale, con il governo che punta a chiudere l’operazione senza rimetterci, anzi, sperando in una plusvalenza che giustifichi l’intervento pubblico di qualche anno fa.

Due cordate in campo per la rete del Sud

Sul tavolo dei pretendenti, al momento, si fronteggiano due proposte concrete che disegnano scenari industriali diversi. Da un lato c’è Credem, la banca emiliana che guarda a un’acquisizione in blocco dell’intero perimetro di BdM, una soluzione che garantirebbe una privatizzazione lineare e una gestione unitaria delle circa 190 filiali sparse tra Puglia, Campania e Basilicata. Dall’altro lato si muove una cordata formata da Iccrea e Banca Popolare di Puglia e Basilicata: in questo caso, l’obiettivo sarebbe quello di spartirsi la rete, valorizzando la presenza territoriale del credito cooperativo nel Mezzogiorno. Non è escluso, secondo quanto circola negli ambienti finanziari, che altre grandi banche come Unicredit o Crédit Agricole possano a breve presentare una propria offerta, allargando ulteriormente il ventaglio dei competitor.

I nodi occupazionali e la vigilanza dei sindacati

Se il fronte finanziario è caldo, quello sociale non è da meno. Le segreterie nazionali di First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin, riunite in un comunicato congiunto, hanno espresso forte preoccupazione per le sorti dei lavoratori, chiedendo garanzie immediate sul futuro occupazionale. Circola il dato di circa 450 dipendenti attualmente distaccati presso la capogruppo MCC; in caso di cessione, il loro rientro in azienda è previsto, ma il timore sindacale è che l’operazione possa tradursi in una dismissione “a freddo” che ignori le specificità del territorio e la salvaguardia dei livelli occupazionali. Le organizzazioni hanno fatto sapere di essere pronte a contrastare chiunque tenti di ignorare il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori, sottolineando come la banca debba rimanere un punto di riferimento per l’intero Meridione.

Il meccanismo della data room e le tempistiche della gara

Dal punto di vista procedurale, la macchina si è messa in moto da pochi giorni. MCC ha confermato l’imminente apertura della data room, lo spazio virtuale in cui i potenziali acquirenti potranno visionare i conti e i dettagli operativi dell’istituto prima di presentare offerte vincolanti. La base d’asta, su cui si giocherà la sfida, è rappresentata dal patrimonio netto della banca, che a fine 2025 sfiorava i 566 milioni di euro, ma circola la convinzione che la concorrenza possa spingere il prezzo finale verso l’alto. L’esito della vicenda, però, è anche legato a un passaggio di governance interna: il rinnovo del consiglio di amministrazione di MCC, atteso entro la fine di aprile, potrebbe influenzare i tempi della vendita, con le offerte definitive che si attendono comunque entro giugno.

Il ritorno alla redditività e il passato giudiziario

A rendere appetibile BdM sono i numeri del risanamento: l’istituto ha chiuso il 2025 con un utile netto di 31,83 milioni, in crescita del 42%, segnale di una gestione che ha saputo rimarginare le ferite del passato. Quello stesso passato, però, continua a farsi sentire nelle aule di giustizia. Solo poche settimane fa, il tribunale civile di Bari ha condannato gli ex vertici della Popolare di Bari – tra cui l’ex presidente Marco Jacobini e il figlio Gianluca – al pagamento di 122 milioni di euro per la gestione che portò al crac, anche se è probabile che quei soldi finiscano per alimentare il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) piuttosto che le casse della nuova banca. Un’eredità pesante, ma che non frena la macchina delle privatizzazioni: l’obiettivo dichiarato del Tesoro è uscire dal capitale, recuperando quanto più possibile dell’esborso iniziale e restituendo l’istituto al mercato, senza però dimenticare che, come recita l’articolo 47 della Costituzione, lo Stato non è un semplice commerciante di banche, ma il garante del risparmio.

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