L’escalation verbale tra Washington e Teheran e la prudenza europea nel garantire la sicurezza delle petroliere nello Stretto di Hormuz
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Redazione Interno
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La crisi in Medioriente, lungi dall’attenuarsi nonostante le decine di raid che hanno scosso la regione nelle ultime settimane, si sposta ora sul fronte marittimo, e lo fa con una tensione che non si limitava certo ai soli scambi di artiglieria. Il nodo strategico, anzi il vero e proprio epicentro economico della contesa, è diventato lo Stretto di Hormuz, quel sottile braccio di mare la cui importanza per gli equilibri energetici globali è tale che qualsiasi minaccia alla sua percorribilità fa immediatamente impennare la quotazione del barile. Ed è qui che si è consumato, nelle ultime ore, un nuovo, preoccupante capitolo di uno scontro che vede contrapposti, da un lato, il nuovo corso della leadership iraniana e, dall’altro, la determinazione dell’amministrazione Trump, con i suoi alleati europei costretti a muoversi in un equilibro assai delicato.
Il presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha infatti replicato alle voci di un possibile blocco del traffico petrolifero nel Golfo Persico con un’avvertenza che non lasciava spazio a interpretazioni: se Teheran dovesse impedire il flusso di greggio, ha scritto in un post sul suo profilo Truth Social, gli Stati Uniti colpirebbero l’Iran con una violenza "venti volte superiore" rispetto a quanto fatto finora, minacciando una distruzione tale da rendere per il Paese "virtualmente impossibile ricostruirsi come nazione". Una dichiarazione, questa, che riecheggiava la famosa retorica della "morte e della furia" già utilizzata in passato e che ha trovato una risposta immediata e sprezzante da parte delle autorità di Teheran, con il capo della sicurezza iraniana, Ali Larijani, che ha liquidato le parole di Trump come "minacce vuote", invitando anzi il presidente americano a preoccuparsi di non essere "cancellato" lui stesso dalla scena internazionale.
In questo clima di fuoco incrociato, che è tanto verbale quanto concreto viste le recenti intercettazioni di missili in Turchia e gli attacchi subiti dagli Emirati, i leader del Vecchio Continente hanno cercato di definire una linea d’azione comune. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha promosso una serie di contatti telefonici con la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, consultazioni dal cui esito Downing Street ha voluto rimarcare l’assoluta intesa sulla "vitale importanza della libertà di navigazione" nelle acque di Hormuz. Un’intesa che, però, quando si è trattato di tradursi in misure concrete, ha rivelato alcune crepe, o quantomeno differenti gradazioni di urgenza, tra i partner europei.
La cautela italiana e il nodo della scorta navale
Se Londra, attraverso il suo portavoce, ha dichiarato di stare lavorando con gli alleati su una "serie di opzioni per sostenere la navigazione commerciale" man mano che il quadro delle minacce si evolve, dalla voce di fonti qualificate italiane è filtrata una posizione decisamente più prudente, se non apertamente contraria all’ipotesi di un immediato dispiegamento navale. Secondo quanto riferito all’Adnkronos da ambienti informati, l’idea di istituire una scorta armata ai mercantili in transito nello Stretto non sarebbe al momento ritenuta "un’opzione praticabile" da Roma. Il timore, tutt’altro che peregrino, è che un dispositivo militare europeo di protezione finisca paradossalmente per trasformare le stesse navi commerciali in un "bersaglio" privilegiato per i Pasdaran iraniani, in un’ottica che alcuni diplomatici hanno definito di potenziale "pull factor" per nuovi attacchi. Una cautela, questa, che sarebbe stata raccolta anche dai contatti che il governo italiano mantiene costantemente con i Paesi del Golfo, i quali, direttamente esposti alla minaccia, avrebbero sconsigliato mosse che possano essere interpretate come una provocazione.
Nonostante la convergenza di principio espressa da Meloni, Merz e Starmer sulla necessità di una cooperazione stretta nei prossimi giorni, l’approccio britannico appare più propenso a mostrare i muscoli, o quantomeno a non far mancare un sostegno visibile ai partner dell’area. Lo stesso Starmer, nel corso del colloquio, ha aggiornato i colleghi sulle misure difensive che il Regno Unito ha già messo in campo nella regione, interventi che vanno dal supporto ai partner del Golfo a contatti con i grandi assicuratori londinesi per garantire che gli armatori possano continuare a operare con una copertura adeguata, incluse le polizze per i danni da guerra e terrorismo. L’Eliseo, dal canto suo, ha fatto sapere che il presidente Emmanuel Macron non ha preso parte all’ultima tornata di consultazioni in quanto impegnato su una portaerei, ma il suo coinvolgimento nei giorni scorsi, assieme agli altri leader, lascia intendere che il fronte europeo, pur con diverse sensibilità, resta in stretto contatto.
Nel frattempo, la situazione sul campo si complica ulteriormente a causa di azioni ibride che poco hanno a che fare con la guerra convenzionale. Sono state segnalate infatti interferenze sui sistemi di posizionamento satellitare delle navi nelle acque dello Stretto, con dati alterati che facevano apparire imbarcazioni in movimento o in porto quando in realtà non lo erano. Un fenomeno, questo, che secondo gli analisti di settore potrebbe celare la presenza di una "flotta fantasma" iraniana intenta a muoversi con i transponder spenti per eludere i controlli, mentre le compagnie di navigazione ufficiali, quelle che battono bandiera occidentale, preferiscono tenersi alla larga da un’area divenuta ormai una polveriera.




