Carburanti, tredici giorni di ribassi nonostante il Medio Oriente resti un polverone
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Redazione Economia
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La tensione, quella vera, non si è mai allentata tra lo Stretto di Hormuz e le sponde del Golfo Persico; eppure, chiusure e riaperture – seppur brevi, seppur fragili – delle rotte marittime non stanno più avendo l’effetto immediato che si sarebbe osservato solo qualche anno fa sul prezzo dei carburanti. Da tredici giorni consecutivi, infatti, la rilevazione del Mimit segna un calo lento ma costante, una discesa progressiva che sembra raccontare un mercato ormai molto più complesso e meno intuitivo, quasi refrattario agli scossoni geopolitici. Il dato più recente, riferito a mercoledì 22 aprile 2026, fissa il prezzo medio della benzina in modalità self a 1,740 euro al litro, mentre il gasolio viaggia a 2,074 euro al litro. Numeri che, a ben guardare, non rappresentano certo un crollo, ma che interrompono – o almeno rallentano – la spirale rialzista degli ultimi mesi.
Il paradosso Hormuz e il raffreddamento dei listini
Proprio il 17 aprile, lo annuncio dello sblocco dello Stretto aveva fatto crollare le quotazioni del petrolio di circa il 10%, una reazione quasi meccanica dei mercati. Ma c’è un dettaglio che molti avrebbero sottovalutato: la ripresa della circolazione marittima è durata solo poche ore, e la fragile tregua nel Golfo resta appesa a trattative diplomatiche tutt’altro che solide. Ciononostante, i prezzi alla pompa – dal giorno successivo – hanno iniziato una fase di minimo raffreddamento, quasi impercettibile nelle Marche come nel resto d’Italia. Una dinamica, questa, che ha spinto gli osservatori a interrogarsi su quanto il legame diretto tra crisi bellica e prezzo del pieno si sia allentato, complici le scorte strategiche, i contratti a lungo termine e una domanda europea non più così elastica come un tempo.
Il caso italiano: +3,7% contro il +12,9% europeo
I dati Eurostat relativi al mese di marzo offrono un termometro preciso della disparità: a fronte di una crisi energetica che ha fatto schizzare i carburanti in Europa con un aumento medio del 12,9%, l’Italia ha contenuto l’impatto a un +3,7%. Una differenza netta, che ha pochi eguali tra i Paesi membri, e che non può essere letta solo come un caso. L’interrogativo, semmai, è quanto questa tenuta possa durare. Perché se da un lato le accise, nonostante i proclami, restano tra le più alte, dall’altro il carrello della spesa comincia a subire i contraccolpi di un autotrasporto in crisi: il rincaro dei beni di prima necessità, a cominciare da quelli alimentari, è un effetto indiretto ma ormai documentato, che colpisce i bilanci familiari ben oltre il costo di un rifornimento.
Inchieste e sviluppi giudiziari: i riflessi sulla logistica
E proprio il comparto dell’autotrasporto è al centro di alcune verifiche giudiziarie – senza che siano state formalizzate ipotesi di reato precise – su possibili speculazioni o ritardi nella trasmissione dei ribassi alla clientela finale. La guerra in Medio Oriente, provocata nel racconto di alcune fonti politiche da Israele e Stati Uniti, ha portato con sé l’interruzione delle consegne di petrolio e gas dai Paesi del Golfo. E se i prezzi alla pompa sono scesi per tredici giorni, la catena logistica denuncia ancora margini strozzati. Le procure, in particolare in Abruzzo e nelle Marche, stanno acquisendo documenti sui contratti tra distributori e centrali d’acquisto, per verificare se la discesa dei listini internazionali sia stata interamente riversata sui consumatori finali o si sia arenata in qualche passaggio intermedio. Un’attività che, per ora, non ha ancora portato a iscrizioni nel registro degli indagati, ma che tiene banco nelle cancellerie.




