Diesel a 2,135 euro al litro, l’autotrasporto si ferma: una crisi di liquidità che mette in ginocchio il settore
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Redazione Interno
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L’annuncio del fermo nazionale, destinato a concretizzarsi presumibilmente entro la metà del prossimo mese, non rappresenta l’ennesimo episodio di una protesta stagionale bensì il sintomo di una crisi strutturale che affonda le radici in uno squilibrio finanziario ormai insostenibile. A certificare la gravità della situazione sono i dati diffusi dalla CGIA, che fotografano un prezzo medio del diesel self service fermo a quota 2,135 euro al litro. Tradotto in termini operativi, per un Tir con un serbatoio da 500 litri il costo di un pieno supera abbondantemente quota millesettecento euro; una cifra che, moltiplicata per le consuete percorrenze annue, si traduce in una stangata aggiuntiva di quasi 17.500 euro rispetto allo scorso anno per ogni singolo mezzo pesante. A essere sotto pressione non è solo la redditività, ma la nuda e cruda tenuta finanziaria di migliaia di piccole imprese.
L’effetto asfissiante del “cash flow” e la beffa del taglio delle accise
Se il rincaro alla pompa rappresenta la causa scatenante immediata, il meccanismo che sta realmente strangolando gli autotrasportatori – specie quelli di minori dimensioni – è il cronico sfasamento tra entrate e uscite. Il gasolio si paga in contanti o con ricevute a brevissimo termine, mentre le fatture per il servizio reso vengono liquidate dalla committenza a 60, 90 o addirittura 120 giorni. Questa voragine di liquidità costringe l’imprenditore ad anticipare somme ingenti, sperando che il recupero del credito arrivi prima del collasso finanziario. Esiste un meccanismo contrattuale, il fuel surcharge, che dovrebbe adeguare le tariffe alle fluttuazioni del prezzo; nella realtà dei fatti, i piccoli padroncini non hanno il potere contrattuale per imporlo ai grandi committenti, lasciandoli scoperti proprio nel momento di massima tensione. A complicare ulteriormente il quadro – generando non poche polemiche – è l’effetto perverso del taglio delle accise. Una misura che, sulla carta, doveva alleviare il costo per tutti, nella pratica ha neutralizzato il rimborso fiscale spettante al gasolio professionale: una beffa che ha vanificato qualsiasi vantaggio specifico per la categoria.
I conti in Trentino Alto Adige e la situazione nelle altre regioni
Il Trentino Alto Adige offre un’istantanea paradossale della resilienza del comparto. Se da un lato la regione è l’unica realtà italiana a registrare un saldo positivo nell’ultimo decennio, con un incremento delle imprese attive del 12,1 per cento, dall’altro la fotografia interna rivela due velocità opposte. In provincia di Bolzano si è assistito a una fiammata del 35,7 per cento, mentre Trento ha visto ridurre le proprie aziende del 6,2 per cento. Un’altra emergenza riguarda l’Umbria, dove gli autotrasportatori descrivono una corsa verso il baratro; il costo aggiuntivo di 9 mila euro all’anno per mezzo rischia di spegnere i motori di un indotto vitale per l’economia regionale, minacciando la continuità dei servizi essenziali e la fornitura degli scaffali della grande distribuzione. In Sicilia, dove la protesta ha già portato al fermo dei Tir nei porti per due giorni, il governo regionale ha varato un piano da 25 milioni di euro. La fetta più consistente (15 milioni) è destinata alla logistica, mentre agricoltura e pesca si divideranno i restanti dieci. Fondi ritenuti largamente insufficienti dalle associazioni di categoria, che hanno solo sospeso la protesta in attesa di un faccia a faccia al ministero.
La mobilitazione nazionale e il nodo della produttività
La tensione resta altissima in attesa dell’incontro romano con il ministro Salvini, previsto nei prossimi giorni. Il comitato esecutivo di Unatras ha deliberato il fermo nazionale delle attività, un blocco che per legge richiede un preavviso di 25 giorni e che quindi scatterebbe non prima della metà di maggio. Una decisione definita "sofferta ma inevitabile" dai vertici dell’associazione, di fronte a quella che viene percepita come un’insensibilità del governo. Non si tratta solo di chiedere aiuti a pioggia, ma di rivedere un sistema che vede il gasolio incidere per circa il 30 per cento sui costi operativi totali – una voce pari a quella del personale. Con un parco mezzi tra i più vetusti d’Europa e la prospettiva della transizione ecologica ancora lontana per via dei costi proibitivi, il comparto chiede misure strutturali. Parallelamente, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (che governa da oltre un anno) continua a rassicurare circa le tensioni diplomatiche in Medio Oriente, mentre lo choc dei rifornimenti continua a mettere a dura prova i bilanci delle imprese italiane, indipendentemente dagli sviluppi geopolitici dello stretto di Hormuz.




