Il caro diesel non è solo figlio della guerra: una politica distorta penalizza l’autotrasporto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Che il gasolio, da molti mesi ormai, continui a rincarare molto più della benzina non è un fenomeno spiegabile esclusivamente con l’escalation in Medio Oriente, né tantomeno con il possibile blocco dello Stretto di Hormuz – scenario, quest’ultimo, che gli analisti del settore hanno più volte evocato senza però che si sia ancora concretizzato. Le tensioni internazionali, le difficoltà di approvvigionamento legate ai conflitti in corso e persino gli attacchi nel Mar Rosso giocano senza dubbio un ruolo nell’inflazione dei prezzi dei carburanti; eppure, il sorpasso del diesel sulla benzina affonda le proprie radici in dinamiche ben più antiche, precedenti persino allo scoppio della guerra. Non si tratta quindi di una semplice emergenza congiunturale, bensì di una tendenza strutturale che il sistema dei trasporti sta subendo passivamente, e sulla quale i riflettori dei media si accendono solo quando le code ai distributori diventano lunghe chilometri.

Un paradosso chiamato aiuti: come si penalizza chi lavora

Attorno al gasolio, spiega senza mezzi termini Claudio Villa, presidente del Gruppo Federtrasporti, si sta consumando una partita paradossale. Le misure pensate per sostenere il settore – e qui Villa usa toni netti, descrivendo una situazione ormai insostenibile – finiscono spesso per trasformarsi in ostacoli ulteriori. “Non è solo una questione di prezzo”, dichiara, ricordando che dall’inizio del conflitto il costo del diesel sul mercato extrarete è lievitato di circa il 27 per cento. Un incremento che, a conti fatti, grava in modo asimmetrico sugli autotrasportatori, costretti a muovere merci su gomma in un contesto dove ogni centesimo al litro incide direttamente sul costo finale della logistica. E dove la benzina, al contrario, beneficia di una pressione fiscale e speculativa meno violenta.

L’Italia non è la più cara, ma il dato va letto con attenzione

Guardando i numeri aggiornati sui prezzi medi in Europa, emerge un quadro meno scontato di quanto si possa pensare. Nel nostro Paese la benzina (Euro 95) si attesta attorno a 1,75 euro al litro, mentre il gasolio tocca quota 2,067 euro e il GPL si ferma a 0,683 euro. Certo, si tratta di cifre elevate, ma non le più alte del continente. Il dato interessante è un altro: mentre in molti stati membri il divario tra i due carburanti è rimasto contenuto, in Italia lo scarto si è ampliato fino a raggiungere livelli che rendono il diesel un lusso per chi, invece, ne dipende per lavoro. Né va dimenticato che il gasolio alimenta gran parte del trasporto merci nazionale, e che ogni suo aumento si traduce in rincari a catena su beni di largo consumo.

La corsa al pieno in Liguria: quando il turismo fa saltare la rete

Accade, in tempi di crisi energetica, anche questo. Sul finire delle vacanze di Pasqua, fino alla mattinata di martedì 4 aprile, molte stazioni di servizio del Ponente ligure hanno esposto il cartello “Benzina esaurita”. Lunghe code si sono formate davanti ai pochi distributori che avevano ancora la verde, mentre i turisti francesi – di rientro dalle vacanze in Italia – prendevano d’assalto le pompe di Imperia, Sanremo e Ventimiglia nella serata di lunedì 6 e nella mattinata di martedì 7 aprile. Un comportamento perfettamente lecito, sia chiaro, ma che ha generato un effetto collaterale tipico delle crisi temporanee legate all’escalation bellica: la domanda straniera, concentrata in poche ore su un’area ristretta, ha letteralmente prosciugato le scorte locali. Nessun razionamento ufficiale, nessuna emergenza nazionale, ma il segnale è chiaro: la fragilità del sistema dei carburanti emerge proprio dove meno ci si aspetta, ovvero in una regione abituata al turismo transfrontaliero. E mentre le auto a benzina restavano a secco, il diesel – paradossalmente – continuava a scorrere, ma a prezzi che gli autotrasportatori definiscono ormai insostenibili.

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