La flessibilità Ue vale 14 miliardi, ma Giorgetti frena: «Usiamola con saggezza»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La partita, va detto, è solo di quelle contabili, almeno per ora. L’Unione europea ha infatti concesso all’Italia – e ai suoi partner – una boccata d’ossigeno sotto forma di spazi di manovra, un margine di flessibilità che nella sostanza non mette direttamente mano ai cordoni della borsa, ma ne riorganizza le regole di accesso.

Per Roma si parla di un potenziale fino a 14 miliardi di euro, una cifra che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha subito voluto ridimensionare nel corso del Question Time al Senato: «Quello che ho detto e che ho ribadito – ha spiegato – è che dovremmo usare saggiamente queste disponibilità».

Un monito chiaro, quello del titolare di via XX Settembre, che arriva mentre lo spread tra i desiderata del governo e la concretezza dei vincoli europei si fa sempre più evidente, specie dopo che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva incassato il via libera alla clausola in extremis.

Non sono soldi in arrivo, ma una diversa contabilità

L’equivoco, in questi casi, è sempre dietro l’angolo. I 14 miliardi non rappresentano un assegno firmato da Bruxelles né un nuovo fondo europeo: a renderlo chiaro è la stessa architettura della decisione, che ricalca il meccanismo già previsto per le spese militari. Si tratta di una «cornice contabile», come viene definita tecnicamente, che permette di escludere alcune voci di investimento dal perimetro dei vincoli del Patto di Stabilità.

Lo spazio fiscale concesso dall’Europa (fino allo 0,3% del Pil annuo per il triennio 2026-2028, con un limite cumulato dello 0,6%) si inserisce nella clausola nazionale di salvaguardia già prevista per la difesa, che resta ancorata al tetto dell’1,5% del Prodotto interno lordo. In pratica, l’Italia potrà spendere per l’energia senza che quei soldi aggravino il calcolo del deficit, ma solo se gli interventi rispetteranno criteri molto stringenti.

Il bivio delle accise e lo stop di Bruxelles

Ed è proprio qui che emerge il primo, grande nodo politico. La Commissione europea, infatti, ha messo dei paletti rigidi: questa flessibilità, ha spiegato il commissario Valdis Dombrovskis, non potrà assolutamente finanziare il taglio indiscriminato delle accise su benzina e gasolio, considerato da Bruxelles uno strumento «costoso e poco efficace» perché finisce per sovvenzionare indirettamente i combustibili fossili.

Una linea che mette in difficoltà l’esecutivo, alle prese con una scadenza immediata: il prossimo 6 giugno, infatti, decade l’ultimo giro di sconti sulle accise, e senza un intervento il costo del pieno potrebbe balzare fino a 6 euro in più per il diesel. Giorgetti ha provato a rassicurare la sua stessa maggioranza – e in particolare la Lega, storicamente sensibile al tema – annunciando che interverrà con un decreto ministeriale subito dopo quella data, utilizzando il meccanismo delle «accise mobili» finanziate dall’extragettito Iva.

Un modo, questo, per tenere a bada l’emergenza prezzi senza intaccare il tesoretto europeo, ma che risolve solo una parte dell’equazione.

Il fronte caldo di Fratelli d’Italia e il sì al nucleare

Se la Lega spinge per mantenere la presa sulle accise, dall’altra parte dell’asse governativo Fratelli d’Italia gioca una partita diversa, orientata a lungo termine. Incassato il via libera alla flessibilità, il partito di maggioranza relativa ha subito cambiato registro, spostando l’attenzione sulla qualità delle spese ammesse.

Sebbene la transizione green sia il binario obbligato imposto da Bruxelles – con priorità dichiarate per rinnovabili, reti elettriche, sistemi di accumulo e voucher per l’acquisto di auto a batteria – l’ala più tecnica del partito, e alcuni suoi esponenti, rivendicano con forza l’opzione nucleare. Un’apertura che, al momento, resta fuori dai parametri dettagliati dalla Commissione, ma che rappresenta una linea di demarcazione ideologica netta rispetto agli alleati di governo.

L’obiettivo dichiarato è quello di non sprecare questo margine di bilancio in interventi tampone, utilizzandolo invece per ridurre la dipendenza strutturale del Paese dalle fonti estere.

Il passaggio parlamentare che frena gli entusiasmi

Nonostante la prudenza mostrata da Giorgetti – «la sostenibilità fiscale nel medio periodo dovrà essere salvaguardata» – la macchina dei palazzi si è già messa in moto. Il ministro ha ricordato ai senatori che l’attivazione effettiva di questi spazi non è automatica: «La clausola – ha sottolineato – richiederà un passaggio parlamentare in cui si discuterà sia il quantum che la destinazione». Un passaggio che, nelle intenzioni di chi governa, serve a legittimare la scelta, ma che rischia di trasformarsi in un banco di prova per la tenuta della maggioranza.

Le raccomandazioni della Commissione, arrivate contestualmente alla decisione, sono infatti piuttosto severe: l’Italia resta in procedura per deficit eccessivo, e Bruxelles chiede con forza di abbandonare i condoni fiscali e di alleggerire il carico sul lavoro a favore di altre basi imponibili. Tradotto: i soldi per l’energia ci sono, ma ogni euro speso dovrà passare al setaccio degli obiettivi verdi, e qualsiasi tentativo di deviazione rischia di infrangere l’accordo sottoscritto da Palazzo Chigi. E, a questo punto, il governo si gioca la faccia.

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