Hantavirus, la nave fantasma attracca a Tenerife mentre l’Italia mette in quarantena i quattro del volo maledetto
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Redazione Salute
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Le ultime 48 ore, trascorse in navigazione da Capo Verde verso l’isola di Tenerife, i passeggeri della Mv Hondius le hanno passate per lo più all’aperto: una scelta obbligata, quella di rifugiarsi sul ponte d’osservazione, per cercare di non pensare al di quel loro compagno di viaggio olandese – conservato ormai da un mese nella stiva frigorifera – e per riempirsi gli occhi con la schiuma dell’oceano, tra delfini e uccelli marini che seguivano quella che oramai molti chiamavano la “nave maledetta” verso il suo approdo finale. Quell’approdo è arrivato nella notte, quando la nave ha gettato le ancore nel porto di Granadilla, nel sud dell’isola, dove ad attendere i 140 passeggeri e l’equipaggio non c’erano però i festeggiamenti tipici di una crociera, bensì una vera e propria blindatura sanitaria voluta dalle autorità spagnole, con l’evacuazione degli ospiti e dei marinai che è iniziata all’alba mediante piccole imbarcazioni.
Il contagio silenzioso venuto dalla Patagonia
A scatenare l’allarme globale, che ora tiene in scacco anche l’Italia, è stato un nemico subdolo quanto letale: l’hantavirus, il cui ceppo denominato "Andes" – tipico delle zone rurali del Cono Sud – presenta la caratteristica eccezionale di potersi trasmettere, in casi rari, anche da uomo a uomo. Le indagini epidemiologiche hanno ricostruito un probabile innesco del cluster in un contesto inaspettato, lontano dai saloni patinati della nave. Pare che il viaggio di un turista olandese, appassionato di ornitologia, e della moglie avesse incluso una tappa macabra: una discarica nell’area di Ushuaia. Lì, i due andavano alla ricerca di uccelli necrofagi – quelli che si cibano di carcasse e materiale in decomposizione – ma si sono ritrovati, senza saperlo, in un habitat ideale per i roditori selvatici, veri e propri serbatoi del virus. La polvere contaminata da feci e urine essiccate, sollevata dal vento della Patagonia, avrebbe così trovato le sue prime vittime, trasformando la crociera naturalistica in un tomba galleggiante.
L’ombra del contagio arriva in Italia, la macchina dei controlli si attiva
Non è stata però solo la nave a destare la preoccupazione delle autorità sanitarie italiane, bensì una coincidenza aerea che ha trasformato un volo di linea in un potenziale veicolo di diffusione. Il ministero della Salute, attraverso la sorveglianza attiva, ha dovuto rintracciare quattro passeggeri che si trovavano a bordo di un volo Klm in coincidenza per Roma; sullo stesso aereo, seppur per pochi minuti, era salita una donna proveniente dalla nave, la stessa che poi è stata ricoverata e ha perso la vita a Johannesburg. L’allarme è scattato tardivo, vista la difficoltà di ricostruire i movimenti nei giorni precedenti, ma la macchina organizzativa ha messo in campo le quarantene. Calabria, Campania, Toscana e Veneto sono le regioni coinvolte: in queste aree, i quattro viaggiatori sono stati sottoposti a isolamento precauzionale e a monitoraggio costante. Uno di loro, un ragazzo calabrese di 25 anni, ha raccontato di sentirsi in buona salute e di essere rientrato per un periodo di ferie, specificando di aver occupato durante il volo una fila lontana rispetto alla donna deceduta.
L’incognita dei 50 giorni e la gestione dello sbarco a Tenerife
La sfida più grande per gli epidemiologi rimane il ritardo con cui il virus si manifesta. Come ha ricordato il virologo Roberto Burioni, intervenuto in televisione per placare gli animi ma non l’attenzione, non ci troviamo davanti a un’epidemia simile al Covid; tuttavia, l’incubazione dell’hantavirus può protrarsi fino a cinquanta giorni, e i sintomi iniziali (febbre e difficoltà respiratorie) sono così vaghi da poter essere facilmente confusi con quelli di un’influenza banale. È proprio questa finestra temporale – che si estende per quasi due mesi – a giustificare le misure drastiche adottate alle Canarie, dove i passeggeri vengono fatti scendere in ordine e trasferiti all’aeroporto di Tenerife Sud indossando tute protettive, senza alcun contatto con l’esterno prima dell’imbarco sui voli di rimpatrio. In assenza di una cura specifica o di un vaccino commercializzato – si perché un vaccino esiste, ma la mancanza di un mercato sufficiente ne ha fermato lo sviluppo, come ha sottolineato lo stesso Burioni – la quarantena resta l’unica arma a disposizione per contenere una malattia la cui mortalità supera purtroppo il trenta per cento.




