Mona Khalil, la guardiana delle tartarughe marine del Libano, uccisa in un raid israeliano
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Redazione Esteri
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È morta all'ospedale AUBMC di Beirut, all'età di 76 anni, Mona Khalil, l'ambientalista libanese nota come la "guardiana delle tartarughe marine". La donna era rimasta gravemente ferita il 5 giugno scorso, quando un raid dell'esercito israeliano aveva centrato la sua casa nel villaggio costiero di Mansouri, a sud di Tiro. Nonostante i trasferimenti d'urgenza e i tentativi di salvarla, per lei non c'è stato nulla da fare e si è spenta dopo giorni di agonia; con lei era rimasta ferita anche la sua assistente di origini etiopi, che ora è in via di guarigione.
L'incontro che cambiò tutto
La sua storia di dedizione alla natura inizia nel 1999, quando, durante una visita alla sua terra d'origine, ebbe un incontro che le avrebbe cambiato la vita: una tartaruga verde intenta a deporre le uova sulla spiaggia di Mansouri. Figlia della diaspora libanese, Khalil aveva vissuto a lungo nei Paesi Bassi, dove si era rifugiata durante la guerra civile, ma la visione di quel rettile marino la spinse a trasformare la sua esistenza e a tornare definitivamente in Libano per difendere una costa minacciata.
Un anno dopo, nel 2000, fondò l'Orange House Project, un'iniziativa di eco-turismo e conservazione che prendeva il nome dal colore della sua casa di famiglia, tinta di arancione in omaggio ai Paesi Bassi che l'avevano accolta, e che divenne il cuore pulsante della sua battaglia.
Una vita per la costa e per le tartarughe
Per più di un quarto di secolo, Mona Khalil ha monitorato i siti di nidificazione, documentato la vita marina e combattuto contro la speculazione edilizia, l'inquinamento e le pratiche di pesca distruttive, come la pesca con la dinamite, che minacciavano le tartarughe caretta caretta e verdi. I suoi sforzi hanno contribuito a rendere il tratto di costa di Qoleileh-Mansouri una delle aree di nidificazione più importanti del Mediterraneo orientale per queste specie a rischio, contribuendo a ottenere lo status di area protetta "hima" e accogliendo annualmente oltre 58 nidi.
La sua casa, un punto di ritrovo per volontari e ricercatori da tutto il mondo, era molto più di un semplice alloggio: era un santuario per la fauna selvatica e un centro di educazione ambientale che ha ispirato generazioni di libanesi, tanto che molti dei suoi giovani collaboratori si definiscono "figli di Mona".
Il rifiuto di abbandonare il suo santuario
Nonostante le invasioni e le minacce, che avevano già danneggiato la sua casa durante la guerra del 2006, Khalil aveva sempre rifiutato di lasciare la sua postazione, convinta della sua "neutralità civile" e del suo ruolo di pacifica guardiana della natura. La sua morte, avvenuta in un momento di intensificazione dei raid israeliani nel sud del Libano, ha suscitato un profondo cordoglio e la condanna da parte delle associazioni ambientaliste, che la ricordano come una "difensrice dell'ambiente profondamente impegnata".
La sua scomparsa rappresenta una perdita enorme per la tutela della biodiversità libanese; ora la sua famiglia e gli attivisti lanciano un appello affinché la sua eredità non vada perduta e il santuario che ha costruito possa sopravvivere a lei, proteggendo quel lembo di terra e di mare che lei aveva scelto come sua missione di vita.




