Fisco 2026: le nuove regole su Pex, plusvalenze e dividendi che cambiano il mercato
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Redazione Economia
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La recente manovra finanziaria, con la legge 199 del 2025, ha ridisegnato il panorama tributario per imprese e investitori, introducendo modifiche sostanziali che toccano alcuni pilastri della fiscalità societaria. Il dibattito, acceso negli ultimi mesi, si è concentrato in particolare sulle novità che riguardano la cosiddetta Participation Exemption, un regime privilegiato – spesso indicato con l’abbreviazione Pex – che consente di tassare le plusvalenze realizzate sulle partecipazioni con un’aliquota fortemente agevolata, fissata allo 1,2%, in luogo dell’ordinario 26%. La nuova disciplina, la cui applicazione è iniziata con l’anno corrente, ha posto specifiche condizioni e ha generato, nella sua prima fase interpretativa, non poche perplessità negli operatori, i quali ne stanno ancora valutando tutte le implicazioni operative.
La rivalutazione delle partecipazioni diventa più onerosa
Uno degli interventi più significativi è contenuto nell’articolo 1, comma 144, della legge di bilancio, che ha innalzato dal 18% al 21% l’imposta sostitutiva applicabile sulle operazioni di rivalutazione volontaria dei beni. Questa modifica, la prima dopo un decennio di stabilità, crea una differenziazione nel carico fiscale a cui sono sottoposti i contribuenti, purché non in regime d’impresa, che scelgono di rideterminare il valore dei propri asset. La norma, intervenendo esclusivamente sull’articolo 5 della legge 448 del 2001 e lasciando invece immutato il successivo articolo 7, ha di fatto reso più gravoso, per chi possiede quote societarie, l’onere di tale operazione rispetto a chi, invece, rivaluta terreni e aree edificabili o non edificabili. Una scelta del legislatore che, seppur nel solco di una manovra complessiva di razionalizzazione, ha introdotto un elemento di maggiore complessità nella pianificazione patrimoniale.
Addio alla rateazione per le plusvalenze strumentali
Un altro capitolo di grande impatto è rappresentato dalla riforma della tassazione delle plusvalenze derivanti dalla cessione di beni strumentali. Con la legge n. 199 del 2025, in vigore dal primo gennaio scorso, è stata infatti abolita la possibilità, precedentemente concessa, di rateizzare il relativo carico fiscale. La nuova regola impone ora l’imputazione integrale dell’intera plusvalenza nell’esercizio in cui questa viene realizzata, con un effetto immediato sulla liquidità delle imprese. A questa stretta generale sopravvive un’unica, significativa eccezione: le cessioni di azienda, per le quali – a precise condizioni che la norma continua a dettare – rimane aperta l’opzione di ripartire la plusvalenza in cinque quote annuali di pari importo, alleggerendo così il peso in un arco di tempo più lungo.
I dividendi e i nuovi requisiti per l’esenzione parziale
Completano il quadro le modifiche definitive in materia di tassazione dei dividendi, anch’esse divenute operative dal primo gennaio 2026. La legge ha infatti stabilito dei paletti più stringenti per accedere al regime di esclusione parziale dal reddito. Per le società di capitali e per gli enti commerciali, la percentuale del 95% dei dividendi che non concorre a formare il reddito imponibile, così come le aliquote ridotte previste per le società di persone – che variano, rispettivamente, dal 60% al 41,86% a seconda dei casi – sono ora subordinate al rispetto di condizioni specifiche. L’agevolazione, in sostanza, spetta solo nel caso in cui la partecipazione detenuta nella società che distribuisce gli utili sia pari almeno al 5% del capitale sociale oppure, in alternativa, qualora il suo valore fiscale risulti non inferiore a 500.000 euro. Una soglia che mira a delimitare con maggiore precisione il perimetro dei benefici, orientandoli verso investimenti di una certa consistenza.




