Bomba a Ivrea, l’ordigno davanti al tribunale e l’ipotesi della vendetta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Erano circa le nove di sera, quando un boato improvviso ha rotto il silenzio nel centro di Ivrea. Un ordigno, lanciato da una persona incappucciata che si è avvicinata da sola al parcheggio antistante il Palazzo di giustizia, è esploso davanti alla facciata principale dell’edificio che ospita, come spesso accade in molte sedi giudiziarie italiane di medie dimensioni, sia il tribunale che la procura della Repubblica. L’esplosione, seppur violenta al punto da generare un incendio e una densa colonna di fumo, ha causato danni che gli investigatori, nelle prime ricognizioni, hanno definito sostanzialmente irrilevanti. Nessuna vittima, nessun ferito: una circostanza, quest’ultima, dovuta principalmente al fatto che gli uffici, a quell’ora, erano praticamente deserti. All’interno, a quanto è dato sapere, si trovava soltanto un pubblico ministero di turno.

L’attentatore solitario e il gesto compiuto senza esitazione

Le telecamere della zona, sebbene non abbiano ancora restituito un’identità chiara, hanno permesso di ricostruire la dinamica con un margine di errore piuttosto limitato. L’individuo, incappucciato e a volto coperto, è arrivato a piedi nel piazzale. Ha estratto dalla borsa che portava con sé l’ordigno, lo ha acceso senza alcuna esitazione apparente e lo ha scagliato verso la porta d’ingresso al piano terra. Poi, dopo aver compiuto quel gesto, si è allontanato. Tre minuti esatti più tardi, secondo le prime verifiche tecniche, è arrivata l’esplosione. Sul posto, i carabinieri hanno avviato una caccia all’attentatore che tiene banco nelle ore successive, senza che al momento venga privilegiata una pista rispetto a un’altra.

“Atto gravissimo” e la vulnerabilità della struttura

Lucia Musti, procuratore generale del Piemonte, ha voluto chiarire la posizione della magistratura attraverso un comunicato stampa diffuso dall’Ansa. Nel testo, il magistrato definisce quanto accaduto «un atto gravissimo», aggiungendo una considerazione che sposta il focus anche sulle condizioni materiali in cui lavorano i giudici e i pubblici ministeri eporediesi. Secondo Musti, l’attentato rappresenta «la prova evidente della vulnerabilità del Tribunale e della Procura della Repubblica di Ivrea», i quali, a suo dire, «patiscono il vizio originale dell’inadeguatezza totale delle strutture edilizie adibite». Parole pesanti, queste, che arrivano mentre la prefettura di Torino ha già convocato una riunione d’urgenza per mercoledì mattina.

Nessuna ipotesi esclusa, dallo squilibrato all’intimidazione

Proprio al termine di quella riunione, tenutasi in prefettura, sono stati decisi i primi provvedimenti di somma urgenza per innalzare il livello di sicurezza attorno al palazzo di giustizia. E l’esercito, come già accaduto in altri contesti sensibili sul territorio nazionale, è stato chiamato a presidiare l’area. Ma resta ancora aperto il nodo più spinoso per gli inquirenti: il movente. Nessuna ipotesi, in questa fase, viene scartata. Si spazia dal gesto isolato di uno squilibrato – magari mosso da un risentimento personale difficile da decifrare – fino alla vendetta maturata in seguito a una specifica sentenza, passando per un’intimidazione più ampia rivolta ai magistrati nel loro complesso. La procura, pur mantenendo il massimo riserbo sulle indagini in corso, non ha voluto escludere alcuna delle tre direzioni.

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