Petrolio, lo spiraglio di pace tra Usa e Iran fa crollare (e poi risalire) le quotazioni
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Redazione Economia
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Il greggio, che nelle ultime sedute aveva sfiorato vette da record alimentate da tensioni belliche e politiche sempre più asfissianti, ha subito una brusca frenata. La causa, come spesso accade sui mercati energetici, non è stata un improvviso aumento dell’offerta o un crollo della domanda, bensì una notizia geopolitica destinata a ridisegnare le aspettative degli operatori: l’Iran ha formalmente presentato al Pakistan una proposta per riavviare i colloqui con gli Stati Uniti, un’iniziativa che, sebbene rapidamente criticata dal presidente americano Donald Trump – il quale, ormai insediato alla Casa Bianca da più di un anno, non ha gradito la mossa a trazione diretta di Teheran – ha comunque inoculato nel mercato il siero, sia pure diluito, della distensione.
Il barile sotto la soglia psicologica, poi il rimbalzo tecnico
E così il West Texas Intermediate (Wti) è sprofondato sotto la soglia dei cento dollari, un livello che molti analisti consideravano ormai una solida base. Il contratto sul greggio statunitense è sceso fino a 99,52 dollari al barile, registrando una perdita secca del 5,28%. Il Brent, il benchmark europeo, non è stato da meno: ha toccato un ribasso del 6,33%, attestandosi a 106,87 dollari. Una discesa verticale, figlia della cessazione – seppur momentanea – del timore di un’escalation immediata nello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia oggi di fatto sbarrato da un blocco incrociato voluto sia da Teheran sia da Trump, una situazione che di fatto sottrae al mercato qualcosa come 14 milioni di barili giornalieri. Ma la corsa verso il basso, va detto, non è durata a lungo: dopo il tonfo iniziale, le quotazioni hanno mostrato un altrettanto rapido rimbalzo tecnico, perché la struttura di fondo del mercato rimane quella di un’offerta drammaticamente tesa.
Scorte in prelievo e rischio Hormuz tengono il quadro rialzista
Gli investitori, insomma, si trovano ora a navigare a vista tra due correnti opposte. Da un lato c’è il sollievo per un possibile (seppur lontano) riavvio del tavolo negoziale, una prospettiva che ha innescato una raffica di vendite e la presa di profitto dopo una lunga cavalcata rialzista. Dall’altro, però, persistono tutti quegli elementi che avevano spinto il greggio oltre i 125 dollari solo ventiquattr’ore prima: i prelievi continui dalle scorte strategiche, la rigidità dell’offerta e, soprattutto, il nodo mai risolto dello Stretto di Hormuz. Un’arteria vitale per il trasporto marittimo del greggio, la cui chiusura – anche solo parziale – continua a rappresentare un’ancora di salvezza per i prezzi, impedendo loro di franare verso quota 90.
Il mercato oscilla tra la forza del breakout e l’attesa del ritracciamento
In questo contesto di incertezza radicale, i trader hanno sospeso il fiato. I futures sul greggio hanno realizzato una pausa tecnica dopo aver disegnato un “top con inversione” – un segnale che, nel gergo dell’analisi grafica, suggerisce un possibile cambio di tendenza. La domanda che ora tutti si pongono, senza però trovare risposte univoche, è se comprare la forza (scommettendo su una rapida risalita) oppure attendere un ritracciamento più profondo per entrare nuovamente sul mercato. L’odore del petrolio, insomma, torna a riempire le sale operative della finanza e i consigli d’amministrazione, confondendo le menti come non accadeva da anni. Un odore pungente, fatto di ricatti incrociati e di equilibri instabili, che tiene il prezzo del barile sospeso in un limbo tra la pace annunciata e il conflitto sempre possibile.




