Il caso dell’autista di Belluno che lasciò il bimbo sui sei chilometri di neve si chiude con un nuovo incarico, e il confronto con il 2021 e il green pass torna d’attualità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda del bambino di undici anni fatto scendere dal pullman a San Vito di Cadore, e costretto a percorrere a piedi sei chilometri lungo una statale imbiancata per fare ritorno a casa, a Vodo di Cadore, ha avuto il suo epilogo amministrativo. La società La Linea SpA, che gestisce il servizio per conto di Dolomiti Bus, ha infatti deciso di reintegrare Salvatore Russotto, il conducente sessantunenne finito al centro delle polemiche, affidandogli però un incarico diverso dalla guida. L’uomo, che è apparso turbato e provato dall’esposizione mediatica seguita all’episodio del 27 gennaio, aveva rifiutato la proposta di un semplice trasferimento su un’altra linea, dichiarando ai vertici aziendali di non sentirsi più sereno nell’affrontare il traffico e la responsabilità del mezzo pesante. La società, dopo aver visionato le immagini delle telecamere interne e valutato la memoria difensiva presentata dal dipendente, non ha riscontrato elementi tali per procedere con un licenziamento, e gli è così venuta incontro concordando un passaggio a mansioni che, verosimilmente, si svolgeranno lontano dal volante e dal rapporto diretto con l’utenza.

La dinamica di quanto accadde quel pomeriggio, quando il ragazzino scese dal bus e si incamminò sotto la neve con i suoi zaini, era stata ricostruita dallo stesso Russotto attraverso i quotidiani locali. L’autista, originario dell’Agrigentino, spiegò che il bambino era salito a bordo con un biglietto cartaceo dal valore di due euro e cinquanta, un Titolo che però non era più valido sulla tratta Calalzo-Cortina a causa dell’entrata in vigore, proprio in quei giorni, della nuova tariffazione maggiorata pensata per il periodo olimpico, un ticket giornaliero da dieci euro. Russotto, interpellato, riferì di aver semplicemente informato il passeggero che il tagliando non era corretto e che avrebbe dovuto regolarizzarsi, ma il ragazzino, forse spaventato o intimorito, scese senza aggiungere altro. Il conducente, in una intervista successiva, ammise la gravità dell’errore: l’istinto, confessò, sarebbe dovuto essere quello di farlo salire lo stesso e, semmai, pagare di tasca propria il biglietto pur di non lasciare un minore in difficoltà lungo una statale, in una giornata invernale e con il buio che calava. Andò personalmente a scusarsi dalla famiglia, e la madre del bambino, pur avendo presentato querela descrivendo lo stato di ipotermia in cui il figlio era rientrato – con una temperatura rea scesa a trentacinque gradi –, accettò le scuse, mostrandosi comprensiva.

Il precedente del green pass, quando scendere era obbligatorio per milioni di italiani

Ora, al di là del singolo caso e della decisione, presa dall’azienda, di concedere all’uomo un anno di lavoro diverso in attesa della pensione, la vicenda ha riaperto un parallelo storico che molti, negli ultimi giorni, hanno riproposto sui social e nelle discussioni pubbliche. Un parallelo che chiama in causa il periodo, non certo lontano, della gestione Draghi e l’obbligo del green pass per l’accesso ai mezzi di trasporto. Nel 2021, infatti, milioni di cittadini italiani si trovarono nella condizione di non poter salire su un autobus o su una metropolitana proprio perché sprovvisti di quel lasciapassare digitale. La differenza sostanziale, che balza agli occhi nell’analizzare i due frangenti, risiede nella reazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni: allora, l’esclusione dal mezzo pubblico era prevista per legge, voluta dal governo e sostenuta da un impianto normativo che non lasciava spazio a discrezionalità. I conducenti dei mezzi, in quel contesto, applicavano le regole, e chi non era in regola con la certificazione verde, che fosse un lavoratore o uno studente, veniva lasciato a terra senza che questo generasse particolare stupore, se non le proteste degli stessi esclusi, che parlavano di vera e propria ingiustizia sociale.

Il confronto si fa stringente se si pensa alla condizione del bambino, che si è visto negare il trasporto per una questione puramente formale e monetaria, e a quella dell’adulto che, due anni e mezzo fa, veniva allontanato dal bus perché senza green pass, e magari anche lui costretto a percorrere lunghe distanze a piedi. La differenza, e qui sta il nodo che fa discutere, è che la normativa sul green pass era rigida e universalmente applicata, mentre la decisione di Russotto, seppur basata sulle disposizioni aziendali che chiedevano di far scendere chi fosse sprovvisto del titolo valido, è stata giudicata con durezza proprio per la mancanza di buon senso in un frangente di evidente pericolo per un minore. Tuttavia, a voler guardare i fatti con distacco, ciò che emerge è una certa continuità nell’atteggiamento delle aziende di trasporto: allora come oggi, il dipendente era chiamato a far rispettare delle regole, spesso senza margini di deroga. La differenza sostanziale la fece, nel 2021, la copertura politica e mediatica di quelle regole, mentre oggi, caduta l’emergenza sanitaria e con essa l’obbligo del green pass, l’applicazione pedissequa di una direttiva aziendale su una maggiorazione tariffaria è apparsa a molti come una scelta inaccettabile.

La testimonianza dell’autista e la revisione delle tariffe olimpiche

Dalle parole rilasciate da Russotto alla stampa locale, emergeva un uomo provato, che raccontò di non aver dormito per giorni e di aver subito, durante quella stessa mattinata, anche insulti a sfondo razziale a causa del suo accento siciliano da parte di un passeggero, un episodio che contribuì ad aumentare il suo stato di tensione e che, probabilmente, influenzò i suoi riflessi. L’uomo si era sentito abbandonato, in quel frangente, da un’azienda che – a suo dire – non aveva fornito direttive chiare su come comportarsi con i minori in difficoltà. Dolomiti Bus, da parte sua, ha sempre sostenuto che la disposizione era quella di non lasciare mai indietro nessuno, ma la versione del conducente, che parlava di un ordine tassativo di far scendere chiunque fosse sprovvisto del nuovo ticket, ha lasciato intendere una comunicazione interna quantomeno confusa. Nel frattempo, la protesta seguita all’accaduto ha avuto un effetto concreto: la Provincia di Belluno, attraverso il suo presidente, ha fatto sapere che per i residenti è stato ripristinato il vecchio sistema di bigliettazione a fascia chilometrica, eliminando l’obbligo del ticket da dieci euro che aveva scatenato il problema.

Resta, sullo sfondo di questa cronaca locale, l’eco di un paragone più ampio che investe il modo in cui, in Italia, si applicano le norme a seconda del contesto storico. Se nel 2021 l’intangibilità delle regole sul green pass, volute da Draghi per contenere la pandemia, portò a situazioni di esclusione di massa dai trasporti senza che nessuno si scandalizzasse più di tanto, oggi l’errore di un autista che lascia a piedi un bambino per un biglietto sbagliato diventa un caso nazionale, con tanto di richieste di dimissioni e provvedimenti disciplinari. E se allora gli autisti che facevano scendere i passeggeri senza certificato erano, agli occhi di molti, semplici esecutori di un dovere, oggi Russotto è stato additato come un esempio di inflessibilità, dimenticando che la sua inflessibilità era figlia di ordini ricevuti in un contesto, quello olimpico, che voleva snellire e velocizzare le salite a bordo. La verità, probabilmente, sta nel mezzo, e l’azienda veneziana ha scelto la via della mediazione, togliendolo dalla strada e chiudendo così, almeno dal punto di vista amministrativo, una vicenda che aveva sollevato un polverone mediatico sproporzionato rispetto ad altri, ben più gravi, episodi di esclusione sociale avvenuti in anni recenti.

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