Trump accoglie il principe saudita bin Salman, mentre gli affari della famiglia si intrecciano con la politica
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Redazione Esteri
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Tappeti rossi e onori ufficiali hanno scandito l’arrivo del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman alla Casa Bianca, in un faccia a faccia con il presidente Donald Trump che segna, senza mezzi termini, una riabilitazione politica del leader de facto di Ryad. L’incontro, il primo di tale solennità dal 2018, anno in cui il nome del principe fu legato all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, si è dipanato tra lo Studio Ovale e una cena nella East Room, alla presenza di membri del Congresso e di importanti imprenditori americani. Si è parlato, com’era prevedibile, di petrolio e di sicurezza energetica, ma anche di intelligenza artificiale e di piani di difesa, temi centrali per la Vision 2030 con cui il regno cerca di diversificare la propria economia.
Gli interessi della Trump Organization in Arabia Saudita
Proprio mentre si consumava questo vertice, affioravano con insistenza i legami commerciali che uniscono la Trump Organization al regno. Sono in fase di sviluppo, infatti, i progetti per la costruzione di nuove Trump Tower a Jedda e a Ryad, in partnership con Dar Global, la filiale internazionale del colosso immobiliare saudita Dar Al Arkan, che è quotato a Londra. A questi si aggiunge il sostegno che la famiglia Trump ha storicamente accordato alla LIV, la lega golfista finanziata dai capitali sauditi, un sostegno che ha scavalcato non poche polemiche. Di fronte alle critiche su possibili conflitti d’interesse, Eric Trump, terzogenito del presidente e figura di spicco nell’azienda di famiglia, ha respinto ogni accusa, ricordando di aver assunto un consulente etico esterno per gestire quelle che ha definito “questioni di potenziale conflitto”.
Il nodo della vendita degli F-35 e la questione di Gaza
Al centro dei colloqui, che il presidente ha definito “produttivi”, vi è stata anche la spinosa questione della possibile fornitura di cacciabombardieri F-35 all’Arabia Saudita, un trasferimento di tecnologia militare d’avanguardia che incontra il fermo opposizione di Israele, il quale teme di veder compromesso il proprio vantaggio qualitativo nella regione. Non è mancato, com’era lecito attendersi, un approfondimento scrupoloso sulla situazione a Gaza, un dossier nel quale Riyad è considerato un interlocutore indispensabile, sia per il suo peso politico che per le sue relazioni, seppur complesse, con diverse parti in causa. L’amministrazione Trump riconosce nel principe un “attore geopolitico fondamentale”, le cui mosse future saranno decisive per gli equilibri mediorientali.
L’ombra del passato e i nuovi accordi
L’omicidio di Khashoggi, il giornalista dissidente attirato con l’inganno nel consolato saudita di Istanbul dove trovò la morte per mano di agenti legati a Ryad, sembra un capitolo lontano, superato dalla realpolitik e dalle urgenti necessità economiche e strategiche. Quell’episodio, che aveva portato gran parte della comunità internazionale a isolare il principe, non appare più come un ostacolo alla piena cooperazione. La visita, del resto, è servita a stringere nuovi patti e a consolidare una partnership che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, si manifesta anche attraverso un fitto reticolo di interessi privati che si intersecano con le decisioni pubbliche, in un intreccio che pochi, oggi, sembrano voler discutere.




