La tempesta perfetta sul gas: prezzi ancora alle stelle tra il conflitto in Medio Oriente e il ritorno del gelo
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Redazione Economia
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Il prezzo del gas naturale in Europa, dopo aver toccato picchi che non si registravano da mesi, mostra un leggero respiro sul finale di settimana, sebbene il quadro complessivo resti di una tensione tale da far tremare i polsi agli operatori del settore e, con loro, l’intero sistema produttivo del continente. Il future TTF con consegna ad aprile 2026, contrattato sulla piazza di Amsterdam e considerato il benchmark di riferimento per il mercato europeo, ha chiuso la seduta odierna a 50,65 euro al megawattora, segnando un calo dello 0,4%. Una flessione, questa, che assume i contorni di una magra consolazione se si analizza il dato su un periodo leggermente più ampio: rispetto ai valori precedenti l'escalation delle ostilità in Medio Oriente, quando il gas si attestava attorno ai 32 euro al MWh, l'incremento è infatti del 58%, una zavorra non indifferente per le economie domestiche e industriali.
A rendere il mercato particolarmente nervoso, e di difficile lettura anche per gli analisti più esperti, è la combinazione letale di due fattori: le turbolenze geopolitiche e un repentino cambio delle condizioni meteorologiche. Se da un lato le cronache arrivano da uno Stretto di Hormuz di fatto bloccato, con il gigante del Qatar che ha dovuto interrompere la produzione del suo maxi-impianto di liquefazione e un quinto dell'offerta globale di GNL di fatto congelato, dall'altro l'Europa si sta risvegliando in un abbraccio gelido che sembrava ormai archiviato. Quella che si preannunciava come la naturale coda dell'inverno, con temperature in graduale aumento, si sta trasformando in una fase di freddo intenso e anomalo, il quale, come è facile intuire, spinge verso l'alto la domanda di combustibile per il riscaldamento e mette a dura prova i livelli degli stoccaggi, già ridotti dopo i prelievi stagionali.
L’incertezza geopolitica paralizza gli operatori e svuota il mercato dei futures
La volatilità, d'altronde, è diventata l'unica certezza per chi opera su queste piazze finanziarie, e lo scenario che ne deriva è a dir poco singolare. Gli operatori, raccontano analisti e agenzie specializzate come Bloomberg, si trovano in una condizione di difficoltà oggettiva nel cercare di destreggiarsi tra notizie che si rincorrono e si contraddicono nel volgere di poche ore, provenienti da un teatro di guerra estremamente fluido come quello mediorientale. Basti pensare a quanto accaduto nell'ultima giornata di contrattazioni: da un lato, la Turchia ha annunciato di aver ottenuto dalle autorità iraniane il permesso per il passaggio di una nave attraverso lo Stretto di Hormuz, una notizia che ha subito spinto i prezzi verso il basso; dall'altro, le parole del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha ribadito l'intenzione di colpire "duramente" l'Iran nella prossima settimana, hanno riacceso immediatamente le tensioni.
In questo clima di profonda incertezza, molti trader hanno preferito alleggerire le proprie posizioni, chiudendo i contratti futures aperti per limitare l'esposizione al rischio, e spostando la loro attenzione verso il mercato delle opzioni, uno strumento che consente di proteggersi da oscillazioni violente senza dover scommettere su una direzione precisa del mercato. Il dato è emblematico: l'interesse aperto complessivo sui futures del gas europeo è sceso ai minimi dallo scorso ottobre, a testimonianza di un mercato che, per dirla con le parole di un analista di Energy Aspects, ha dovuto "ridimensionare l'espressione del rischio speculativo" a causa dell'estrema volatilità. Una ritirata, quella dagli acquisti, che nulla toglie alla fragilità del sistema, basato su un equilibrio delicatissimo tra domanda e un'offerta che arriva da fonti improvvisamente divenute incerte.
L’ombra del razionamento e le stime di un inverno che non vuole finire
A gettare ulteriore benzina sul fuoco, o meglio, ghiaccio sui termosifoni, è la variabile climatica. Il Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine ha aggiornato i suoi modelli, e le ultime proiezioni indicano con forza crescente la possibilità che un'ondata di gelo si abbatta sul continente nei prossimi giorni, portando con sé lo spettro di un aumento esponenziale dei consumi. Questo scenario, qualora si concretizzasse, andrebbe a sovrapporsi a una situazione degli stoccaggi che, seppur non critica come in altri periodi, desta comunque preoccupazione per la capacità di affrontare un eventuale prolungamento della stagione fredda. Alcune istituzioni finanziarie, nel valutare l'impatto della crisi, non nascondono i rischi: un prolungato shock energetico, con il gas che dovesse attestarsi sui 75 euro al megawattora, potrebbe trascinare l'intera zona euro in una nuova recessione, complicando non poco il compito della Banca Centrale Europea alle prese con l'inflazione.
Di fronte a questa "tempesta perfetta", il mercato ha reagito con un balzo del 57,11% del prezzo in appena due settimane, un'impennata che riporta alla memoria i momenti più bui della crisi ucraina. La chiusura dello Stretto di Hormuz, vero e proprio collo di bottiglia per il trasporto marittimo del gas liquefatto, ha di fatto tagliato fuori i mercati europei da una fetta consistente dell'offerta globale, e la prospettiva che la marina statunitense possa iniziare a scortare le navi cisterna non è, al momento, sufficiente a placare i timori, anche alla luce delle notizie, per ora smentite da Teheran, di un possibile inizio di posa di mine nelle acque dello stretto da parte dell'Iran. L'effetto immediato è una corsa all'acquisto di gas disponibile, che ne fa schizzare le quotazioni e rende sempre più salato il conto che famiglie e imprese si troveranno a dover pagare.




