Pasqua 2026, a Bologna la colomba artigianale sfida il caro-packaging e il salato con mortadella

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Bologna, come spesso accade quando si parla di tavola, non si accontenta della tradizione stantia. Nella settimana che precede la Pasqua del 2026, i forni dei pasticceri bolognesi hanno acceso le luci su una produzione che spazia dalla classica colomba, dal crumble di mandorle e dall’alveolatura perfetta, fino a ibridi tanto arditi quanto irresistibili. Tra questi, spicca la versione salata con mortadella – un omaggio ironico e goloso alla cultura gastronomica cittadina – accanto a interpretazioni con zenzero candito o caramello salato. Non si tratta solo di seguire una moda, ma di un vero e proprio esercizio di stile in cui l’identità lievitata si fa narrazione. Gino Fabbri, nome che in Italia è sinonimo di alta pasticceria, propone colobe che rappresentano un manifesto di equilibrio: la glassa croccante non sovrasta mai la mollica, mentre il profilo agrumato e la struttura soffice restituiscono un disciplinare tecnico dove l’artigianale batte l’industriale su ogni fronte.

Il miracolo della grande distribuzione e la prova d’assalto di Altroconsumo

Se la Pasqua celebra un miracolo religioso, quello della grande distribuzione appare quasi più stupefacente: mantenere soffice una colomba comprata a febbraio fino a Ferragosto è un’impresa da bioingegneria alimentare. Entrare nella corsia dei lievitati durante la Settimana Santa, raccontano le cronache di consumo, assomiglia a inciampare in una scena di *The Walking Dead*: centinaia di dolci avvolti in scatole pastello, tenuti artificialmente in vita da sciroppi invertiti e grassi idrogenati. Per orientarsi, Altroconsumo ha realizzato a marzo 2026 un test approfondito su dodici colombe classiche vendute al supermercato. Da Balocco a Tre Marie, passando per Motta, Bauli e Maina, la classifica che ne è uscita serve a non lasciarsi “fregare dalle etichette” – un monito utile quando il marketing dei canditi copre spesso una qualità mediocre dell’impasto.

Il caro-packaging e il ritorno alle forme classiche secondo Aspan

La resistenza al dolce industriale, però, ha un prezzo. «Colomba artigianale fino a 40 euro al chilo», avvertono i panificatori, e il dato non è un’iperbole. Massimo Ferrandi, presidente di Aspan (l’associazione che riunisce i panificatori orobici), ha notato un fenomeno opposto alle tendenze stravaganti degli anni scorsi: «C’è stato un ritorno al classico – spiega –, poche richieste di gusti eccessivi». Va molto la pezzatura da 750 grammi, ma è tornato il formato da un chilo, venduto tra i 30 e i 40 euro. I costi delle materie prime, a differenza del Natale, sono rimasti stabili; i rincari energetici si vedranno nelle bollette future. Quello che pesa subito, invece, è il packaging: «Le scatole – conclude Ferrandi – costano anche più di 4 euro», un dettaglio non secondario in una fase in cui il lusso della colomba artigianale si scontra con la trasparenza della bilancia.

Dalle frodi alimentari alla cronaca: un occhio alle inchieste

Non si parla di Pasqua, a Bologna e dintorni, senza ricordare che dietro un lievitato da venti euro ci sono filiere sottoposte a controlli giudiziari. Inchieste recenti della procura hanno smascherato laboratori clandestini nella periferia industriale dove colombe “firmate” venivano prodotte con semilavorati scaduti e rimarchiate con etichette contraffatte. Le forze dell’ordine hanno sequestrato migliaia di pezzi destinati a mercatini rionali e vendite online, con alcuni panificatori finiti agli arresti domiciliari per frode in commercio e tentata adulterazione. Nessun dettaglio cruento né nomi dei diretti indagati, se non l’evidenza che la corsa all’artigianale a tutti i costi – specie quando il prezzo al chilo supera certe soglie – nasconde talvolta un abisso di illegalità. La procura di Bologna ha disposto nuove perizie chimiche su lotti sospetti, mentre il tribunale ha già emesso alcune misure cautelari per associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione. In questo scenario, scegliere un prodotto non è solo una questione di gusto, ma anche di affidabilità giudiziaria della filiera.

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