L’ultimo capitolo di una lunga storia: Hoepli chiude, Milano saluta l’editore venuto dalla Svizzera

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prossimo 27 maggio i riflettori si spegneranno definitivamente – tra lo sconforto dei dipendenti e il silenzio degli scaffali che si svuotano poco a poco – al civico 5 di via Hoepli, dove ha sede quella che per 156 anni è stata molto più di una semplice libreria. L’assemblea dei soci, nella seduta del 10 marzo scorso, ha votato a maggioranza per la messa in liquidazione della casa editrice fondata nel lontano 1870 dall’imprenditore svizzero Ulrico, dando il via a un conto alla rovescia che ha trasformato le ultime settimane in un lento, eppure inesorabile, esodo di volumi. Da metà maggio, infatti, quel che resta del magazzino verrà messo in vendita con uno sconto del 50%; un’occasione per i bibliofili, che però sa più di canto del cigno che di promozione commerciale.

L’altra faccia della liquidazione: la cessione del ramo scolastico a Mondadori

Mentre la libreria si appresta a calare la serranda per sempre, è già stata perfezionata un’operazione che ridisegna gli assetti del settore: il Gruppo Mondadori ha rilevato il ramo d’azienda relativo all’editoria scolastica di Hoepli Spa, acquisizione che, secondo i sindacati, salva solo una frazione minima dell’organico (nove dipendenti su un totale di circa una novantina, relegando la maggior parte del personale in attesa della cassa integrazione). La decisione della maggioranza della famiglia azionista, che ha rispedito al mittente anche le avances di acquisto provenienti dal gruppo Loro Piana, è apparsa ai più come una scelta di campo netta: valorizzare il perimetro più redditizio (i libri per le scuole) cederlo a un colosso come Mondadori e lasciare che la "fabbrica della cultura" fisica, quella dei cinque piani nel cuore di Milano, chiudesse i battenti. Non sono mancate le proteste, i flash mob e le raccolte di firme, ma l’inerzia della procedura liquidatoria non ha conosciuto ripensamenti.

Le radici elvetiche di una dinastia editoriale

A dare un sapore agrodolce alla vicenda è il ritorno alle origini di questa storia migratoria di successo. Era il 1880 quando Iohannes Scheiwiller, arrivato dal canton San Gallo, varcò la soglia della libreria assunto in prima persona dal "vecchio" Hoepli, diventandone l’uomo di fiducia. Come accade nei romanzi di formazione che si rispettano, anche i nomi qui si italianizzano e si ripetono quasi fosse un destino segnato: se i discendenti del fondatore (Ulrico Carlo, Gianni Ulrico, Giovanni Ulrico, Matteo Ulrico) ereditano il nome del patriarca assieme alla professione, lo stesso fenomeno avviene per i Scheiwiller, dove il patrimonio culturale passa di padre in figlio intrecciandosi indissolubilmente con la storia della casa editrice. Una Svizzera "di carta", insomma, che aveva trovato casa a Milano, e che oggi si dissolve tra le aule dei tribunali e le transazioni finanziarie.

Il contagio delle crisi: il caso Gibert a Parigi

Oltre confine, a dimostrare che il malessere non è solo italiano, una delle catene di librerie indipendenti simbolo della Francia (il gruppo Gibert) ha annunciato il deposito in tribunale di una richiesta di liquidazione giudiziale. Con 500 dipendenti in bilico e 16 punti vendita disseminati in 12 città – tra cui le celebri sedi nel Quartiere Latino, a due passi dalla cattedrale di Notre-Dame – Gibert ha addossato la responsabilità della crisi al "calo del mercato dei libri nuovi", un’emorragia che la dirigenza sta cercando di arginare virabrato con decisione sul mercato dell’usato. Due storie, quella milanese e quella parigina, che si specchiano nella stessa difficoltà contemporanea: resistere agli affitti, ai costi fissi esplosi e a un pubblico che sembra aver cambiato per sempre le proprie abitudini di consumo.

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