Maldive, il sub finlandese e il recupero dei corpi nella grotta: «Erano in mezzo agli squali»
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Redazione Interno
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«Non abbiamo salvato vite, purtroppo. Abbiamo aiutato a riportare quelle vittime alle loro famiglie. Questo, per noi, era l’obiettivo che contava». Patrik Grönqvist, 54 anni, vigile del fuoco e subacqueo tecnico finlandese, racconta al Corriere della Sera le fasi serrate di una missione che lo ha visto protagonista insieme ai colleghi Sami Paakkarinen e Jenni Westerlund.
Chiamati da Dan Europe, l’organizzazione medico-scientifica specializzata in operazioni ad alto rischio, i tre specialisti si sono immersi nella grotta marina di Dhekunu Kandu, nell’atollo di Vaavu, per recuperare i corpi di Monica Montefalcone, di sua figlia Giorgia Sommacal, di Muriel Oddenino e di Federico Gualtieri. Un’operazione resa ancor più delicata dalla presenza di un ambiente ostile, dove la visibilità ridotta e i cunicoli stretti rappresentano un pericolo costante, aggravato dalla fauna locale: «I corpi erano nella stessa area, a pochi metri l’uno dall’altro. fuori c’era uno squalo tigre che sembrava pronto ad attaccare». Il lasso di tempo a disposizione era ridottissimo, quasi al termine della prima perlustrazione quando i sommozzatori hanno notato dei segni sul sedimento, forse l’impronta di una pinna, che indicavano il passaggio di qualcuno in una piccola apertura parallela al tunnel principale.
L’esperienza nelle profondità fredde e il salto nell’ignoto tropicale
Da trent’anni, Grönqvist è abituato a immergersi in acque gelide, in miniere allagate e grotte sommerse; un bagaglio tecnico che non gli ha evitato la sorpresa dell’ambiente tropicale, dove la temperatura calda e la conformazione rocciosa presentano sfide diverse rispetto ai mari nordici.
La chiamata è arrivata mentre il team si trovava in Svezia, con pochi minuti per decidere: «Ho accettato d’istinto», confessa il sub, sottolineando come la consapevolezza del pericolo fosse alta, dato che un palombaro della Marina maldiviana aveva perso la vita poco prima nei tentativi di perlustrazione.
Insieme a lui, Sami Paakkarinen ha spiegato come, per affrontare quella cavità complessa, il team abbia fatto ricorso a strumenti avanzati come i rebreather – autorespiratori a circuito chiuso che riciclano il gas espirato – e gli scooter subacquei, necessari per prolungare l’autonomia e gestire le forti correnti interne.
La dinamica dell’incidente e le regole non rispettate
Sebbene l’inchiesta della procura di Roma – che procede per omicidio colposo contro ignoti – debba ancora fare piena luce sugli ultimi istanti del gruppo, i soccorritori finlandesi hanno avanzato un’ipotesi ricorrente in simili tragedie: l’errore umano e la sottovalutazione delle procedure di sicurezza di base.
Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni e dalle testimonianze dei tecnici, il gruppo di cinque sub (tra cui la guida Gianluca Benedetti, il primo a essere ritrovato) non avrebbe steso una sagola, ovvero il cosiddetto "filo d’Arianna" indispensabile per orientarsi nei labirinti sottomarini e ritrovare la via d’uscita.
«Con quel tipo di attrezzatura, entrare in quella grotta è stata una cattiva idea», ha commentato Grönqvist, facendo riferimento alle bombole standard da 12 litri utilizzate dalle vittime, insufficienti per garantire i necessari tempi di decompressione a profondità superiori ai 60 metri, dove invece sarebbero state necessarie miscele di gas come il trimix per ridurre gli effetti della narcosi.
A descrivere la conformazione insidiosa della grotta ci pensa Laura Marroni, ceo di Dan Europe, la quale spiega che l’ambiente è suddiviso in due camere principali collegate da uno stretto corridoio lungo circa 30 metri. I corpi sono stati trovati in una diramazione laterale cieca, quasi certamente scambiata per l’uscita a causa del disorientamento visivo provocato dai sedimenti sollevati dal fondale.
Nicola Balboni, 38 anni, sub esperto che conosceva personalmente Gianluca Benedetti (lasciandogli il testimone in un resort maldiviano nel 2023), ha raccontato al Resto del Carlino la sua personale ricostruzione: «Credo che Benedetti abbia imboccato il cunicolo giusto, la strada giusta. Poi si è reso conto che gli altri non erano con lui. A quel punto è tornato indietro per recuperarli, per aiutarli. Ma a quella profondità, l’ossigeno si consuma rapidamente, si brucia l’aria in un attimo».
Le operazioni di scene clean-up e il valore umano della missione
Con il recupero delle salme dei quattro italiani, portato a termine nell’arco di tre giorni, non si sono però concluse le attività del team specializzato. Come documentato dalle agenzie di stampa, è prevista un’ultima immersione operativa finalizzata alla cosiddetta "scene clean-up": la rimozione delle sagole guida temporanee e delle attrezzature installate all’interno delle cavità durante le fasi di ricerca, oltre alla verifica e al recupero di ulteriori elementi (come attrezzature delle vittime o dei precedenti soccorritori) potenzialmente utili alle indagini.
Tutto il materiale rinvenuto, comprese alcune telecamere GoPro, è stato consegnato alla polizia maldiviana, che sta analizzando i frame per capire se possano contenere immagini decisive degli ultimi momenti. Al di là della complessità tecnica e del rischio rappresentato dagli squali – dentro la cavità nuotavano piccoli squali nutrice, mentre fuori si aggirava il temuto esemplare tigre –, Patrik Grönqvist ha voluto smontare la retorica dell’eroismo: «Ci hanno chiamati eroi, ma noi siamo solo dei sub».
A guidare la squadra, spiega, non era la sete di adrenalina o il compenso economico (finanziato unicamente per le spese vive da Dan Europe), ma la volontà di restituire un dolore tangibile alle famiglie, trasformando una missione di salvataggio fallita in un atto di profondo rispetto umano.




