La caduta di Assad e la nuova Siria
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Redazione Esteri
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L'8 dicembre 2024, con un'offensiva lampo, i ribelli islamisti hanno preso il controllo di Damasco, estromettendo il presidente Bashar al-Assad e ponendo fine a cinque decenni di governo Baath in Siria. La capitale siriana, nel cuore della quale l'inviata di Repubblica, Gabriella Colarusso, ha incontrato i ribelli giunti al potere, è ora teatro di festeggiamenti e di tentativi di mantenere l'ordine da parte dei combattenti di Hayat Tahrir al-Sham (HtS), che si improvvisano vigili.
La caduta della dinastia Assad, che ha governato la Siria con pugno di ferro per mezzo secolo, rappresenta un cambiamento epocale nella geopolitica del Medio Oriente. La fine del potere degli Assad chiude la storia del Baath, il partito panarabo radicato in Iraq e Siria che avrebbe dovuto modernizzare questi Paesi, perseguendone gli interessi nazionali dopo l'epoca coloniale. Tuttavia, la regione rimane caratterizzata dalla volatilità delle alleanze, un tratto distintivo che perdura da decenni.
Nel cortile della moschea degli Omayyadi dell'VIII secolo, una donna si filma con il suo smartphone, immortalando un momento storico per la Siria. I ribelli, guidati dagli islamisti, hanno preso Damasco con una rapidità sorprendente, costringendo Assad alla fuga. L'ex presidente siriano, non l'unica personalità di spicco a trovare rifugio in Russia, si unisce a figure come Viktor Yanukovich, leader ucraino scappato dopo la rivoluzione di Maidan, ed Edward Snowden.
Per la Russia e l'Iran, la caduta di Assad rappresenta una sconfitta senza mezzi termini. La Siria, un tempo alleato strategico, è ora in mano a forze che potrebbero rivedere le alleanze regionali. La fine del regime Baathista in Siria segna la conclusione di un'era, ma l'instabilità mediorientale non è certo una novità.




